In cammino verso Novi Velia: un’esperienza al di là della fede

Si è concluso domenica il decimo pellegrinaggio a Novi Velia, organizzato dall’associazione “Compagnia del Leone” di Lauria. Sono infatti dieci anni che questo volenteroso gruppo di camminatori ha voluto riprendere l’antica tradizione del viaggio a piedi verso il santuario che più di tutti gli altri raccoglie il secolare culto dei fedeli del lagonegrese. Infatti, sebbene in terra di Lucania la devozione popolare sia prevalentemente rivolta alla Madonna di Viggiano, patrona di Basilicata, il territorio a sud della regione da tempo immemore guarda all’icona di origine bizantina situata al di là dei confini amministrativi, nella provincia di Salerno, sul monte Gelbison, il “monte sacro” già agli incursori saraceni che ne determinarono il nome. Sono secoli che le popolazioni dell’area sud lucana riversano l’ostinazione della loro fede sulla Madonna del Monte Sacro di Novi Velia, nel bellissimo Cilento. Ella è riferimento centrale nella cultura delle nostre genti: si pensi che tra le espressioni idiomatiche più comuni “ji scavuzu ‘a madonna ‘u monte” prefigura l’impegno a un notevole sacrificio in cambio di una grande grazia, ma tradisce anche l’atavica consuetudine del pellegrinaggio, che appunto un tempo si affrontava scalzi, perlomeno nel suo tratto finale. Sono veramente pochi i laurioti che non hanno mai ascoltato un racconto di viaggio per fare visita alla madonna, almeno quelli discendenti dalle classi meno abbienti. A Lauria inferiore, poi, il culto è legato a una celebre famiglia i cui membri traggono dalla loro instancabile devozione l’epiteto di “madonnaioli”.

I giorni di cammino sono stati quattro, su un percorso che ha in parte deviato rispetto a quello tradizionalmente seguito dai nostri avi (e che prediligeva la zona costiera): partenza da Lauria mercoledì 30 giugno, con arrivo nel tardo pomeriggio al fortino di Casaletto Spartano; il giorno seguente si è fatto rotta verso Caselle in Pittari, su un percorso di asfalto nella sua interezza (come il giorno precedente); venerdì 2 luglio, sulla tappa Caselle – Rofrano, è invece cominciato il tratto sterrato, all’interno di un florido scenario selvatico, che ha avuto il suo trionfo nella quarta e ultima tappa, quella di sabato 3 luglio, con partenza da Rofrano e risalita del versante orientale del monte Gelbison, 15 km tutti in pendenza fino a giungere alle alture del santuario, da cui si gode uno spettacolo paesaggistico incredibile che abbraccia le tre regioni che si affacciano sul golfo di Policastro; e che, nelle giornate più limpide, come quella del nostro arrivo, offre allo sguardo un arco geografico che va dall’isola di Capri all’arcipelago delle Eolie (abbiamo avuto la fortuna di scorgere nitidamente a sud la forma conica di Stromboli). Il quinto giorno, interamente trascorso sull’altura del santuario, è stato dedicato al riposo, alla preghiera e al convivio.

In totale, i km percorsi dal gruppo di camminatori/pellegrini sono stati circa 120; si tratta di una performance sicuramente impegnativa, ma non certo impossibile da affrontare, considerando che l’età media del gruppo era abbondantemente sopra la cinquantina. Cosa può far da sprone a ripercorrere gli antichi passi dei nostri antenati? Sicuramente la fede che ha animato gran parte dei partecipanti, sotto l’acuta e simpatica guida di don Nicola Caino. Ma ricondurre tutto alla mera devozione sarebbe riduttivo. Io stesso, che non ho fede in nessuna divinità monoteista, ho affrontato il cammino immerso in una dimensione di grande spiritualità. Ecco, è il senso del sacro che può muovere anima e corpo in un percorso di questo tipo: il senso del sacro senza il quale non sarebbe neppue possibile cogliere la realtà nella pienezza della sua dimensione razionale. Il sacro che ci aiuta a mantenere vivi rapporti, relazioni, amori e amicizie; il sacro con cui ci approcciamo rispettosamente alla natura e alla sua grandiosità. Se si coglie questo aspetto, si capisce l’importanza del viaggio e della necessità di affrontarlo: perché è innanzitutto un cammino con sé stessi, il quale pian piano va a fondersi nell’emotività degli altri che ci accompagnano. È un viaggio di scoperta del proprio ego mentre lo si offre agli altri, in una dimensione di condivisione e solidarietà. Se poi lo si fa pensando a chi ne ha percorso le distanze per secoli, diventa tutto più accattivante, tutto più affascinante.

Personalmente, è stata un’occasione per conoscere un gruppo di miei concittadini di cui ignoravo la tenacia e la dedizione a una pratica altamente pedagogica quale il camminare: voglio dunque ringraziarli e ribadirgli il grande esempio che danno a tutti, decidendo di spendere attivamente il loro tempo libero nella scoperta del territorio attraverso la scelta di una mobilità alternativa.

In questi tempi di estreme comodità, di facile consumo delle risorse energetiche e sovente di offesa a Madre Natura, non è cosa da poco. Che poi quella stessa Madre assuma i connotati di una vergine, di un canto o di un simbolo di elevata trascendenza fa poca differenza. La differenza sta nello scegliere di camminare condividendo.