In morte di un moribondo eccellente: il calcio europeo

Il 18 aprile del 2021 verrà probabilmente ricordato come il giorno in cui implose l’ultimo ma vero movimento di massa dell’era contemporanea: il calcio europeo. È della data di ieri, infatti, l’annuncio da parte dei principali club delle tre principali leghe continentali (Serie A, Liga spagnola, Premier League) di dar vita a una Superlega, un super-campionato che costituisca una sorta di iperuranio del football, capace di trascendere l’ormai inutile – bisogna dirlo – capacità competitiva dei campionati nazionali. Quello che per tutta la giornata era una notizia rilanciata dai media ma non ancora corroborata da dichiarazioni ufficiali ha trovato riscontro in un comunicato molto chiaro fatto circolare in serata dalle società aderenti (in Italia, dalla Juventus, il cui presidente, Andrea Agnelli, è il deus ex machina di questa operazione insieme al patron del Real Madrid, Florentino Perez). Non si è fatta attendere la replica dell’UEFA -la federazione europea del calcio-, che sempre tramite canali ufficiali e con il ritrovato sostegno della FIFA (la federazione mondiale) ha fatto presente come chi aderisca al nuovo progetto sia «fuori da tutto», campionati e coppe per quanto riguarda i club, e le nazionali per i loro giocatori tesserati.

La levata di scudi è stata generale, e ha coinvolto anche la politica ai suoi massimi livelli: contrari si sono detti il segretario del PD, Enrico Letta, e addirittura il presidente francese Macron e il primo ministro britannico Johnson: in sintesi, tutti si sono detti contrari alla Superlega perché rappresenterebbe la concretizzazione degli interessi dei club più ricchi, indebolendo in maniera irreversibile i campionati nazionali, approfondendo ulteriormente il solco già ora difficilmente recuperabile tra top club e società minori, e mettendo a repentaglio «il principio di solidarietà e meritocrazia nello sport».

Dal punto di vista di chi scrive, come non concordare? La Superlega è la sublimazione del potere finanziario delle principali società europee, che non si accontentano più di cannibalizzare i rispettivi campionati nazionali e anche le competizioni europee, sotto una pioggia di introiti favoriti dai diritti tv, dagli stadi di proprietà (che solo alcuni possono permettersi), dal merchandising e dal controllo pressoché totale sui cartellini dei giocatori in circolazione. Questo non gli basta più: c’è bisogno di alzare i livelli di profitto – soprattutto dopo la batosta del covid –, concentrando la capacità economica in un progetto superiore in grado di autogovernarsi e di gestire le munifiche entrate preventivate (si parla di miliardi di euro) al di là di qualsiasi politica perequativa che non riguardi esclusivamente chi quei guadagni è in grado di generarli.

Peccato però che quelle stesse istituzioni – politiche e sportive – che oggi si ritrovano schierate in una comune levata di scudi molto abbiano fatto negli ultimi trent’anni per fare in modo che “i valori di solidarietà e meritocrazia” nel mondo del calcio venissero travolti dall’estrema mercificazione di questo sport, trasformato in un “prodotto” da vendere nel migliore modo possibile. E si sa che quando c’è da fare degli affari difficilmente c’è un’etica che tenga. Bisogna vendere, e bene. La retorica sui valori è un utile orpello per rendere tutto più accettabile. È quello che in pochi capirono quella sera del 29 agosto 1993, quando per la prima volta fu trasmessa una partita a pagamento su una piattaforma privata (dalle nostre parti si chiamava Tele+). Certo, noi non avevamo diritto a vedere in chiaro sulle reti nazionali (pubbliche e private) le partite del campionato di serie A: quindi, da questo punto di vista, sembrò una conquista. Però guardavamo tranquillamente le partite delle squadre italiane impegnate nelle coppe europee, e tutti gli incontri delle principali manifestazioni riguardanti le nazionali, come gli europei e i mondiali. Erano tempi bellissimi, in cui anche non avendo un salato abbonamento a Sky ci si alzava adrenalinicamente alle due di notte per seguire su Rai Uno un Camerun-Svezia dei mondiali americani (1994, 2 a 2 per la cronaca, ricordo ancora perfettamente lo stadio in cui si giocò e i nomi dei marcatori). Pian piano, però, ci hanno sottratto tutto: prima abbiamo perso la possibilità di seguire liberamente la nostra squadra del cuore impegnata in coppa; vuoi vedere il ritorno dei quarti di finale della Champions? Devi pagare. Ancora più odioso fu sottrarre la libera fruizione delle partite dei mondiali: se un ragazzino voleva alimentare il suo immaginario sportivo guardando un Togo-Corea del Sud qualsiasi al mondiale del 2006 avrebbe dovuto chiedere al papà di abbonarsi a una piattaforma a pagamento. I diritti tv erano schizzati alle stelle e la tv pubblica non era più in grado di gestire costi del genere. È il mercato, bellezza. Abbiamo recuperato una parvenza di democraticità audiovisuale in occasione del mondiale del 2018, in Russia, quando tutte le partite furono trasmesse in chiaro dalle reti Mediaset: ma questo solo perché l’Italia non era qualificata, e quindi il ridotto appeal televisivo della manifestazione aveva condotto al ribasso la trattativa sui diritti di trasmissione per il nostro paese. Dai mondiali in Qatar il prossimo anno – a cui, si presume, la nostra nazionale si qualificherà senza patemi – si ritorna alla musica di sempre: sulla Rai le partite dell’Italia e qualcos’altro, su le tv a pagamento la vera ciccia che, a differenza di quanto si pensi, sta proprio negli incontri inusuali tra nazionali che non siamo abituati a seguire, normalmente.

La sigla RAI ai tempi dei mondiali di USA ’94

Quindi, negli ultimi trent’anni, mentre silenziosamente ci sottraevano diritti ben più fondamentali alla nostra condizione di cittadini (con tagli alla sanità, all’istruzione e gli attacchi alle tutele del lavoro) ci sfilavano da sotto il naso anche la distrazione più comune, trasformando il tempo libero di milioni di appassionati in un “panem et circenses” a pagamento, facendoci fessi e contenti. E senza che nessuno, neppure le presunte battagliere curve ultrà – ammansite e assorbite facilmente nel sistema con una proverbiale distribuzione di brioches – dicesse nulla. Ma assistendo alla costruzione di quelli che Marx avrebbe chiamato monopoli, con la progressiva concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi centri produttivi, i soli capaci di far fronte all’aumento smisurato di costi e investimenti. Solo che, contrariamente a quanto avveniva nell’analisi marxiana, la salvaguarda dei ricavi di questi top club non avviene tagliando i salari, ma aumentando a dismisura quelli dei loro giocatori. Che d’altronde sono macchine, e quindi ascrivibili al capitale fisso e non alla sfera dei dipendenti salariati, su cui intervenire tagliando per ridurre i costi. Il giocatore è un investimento tecnologico, dal quale non si può prescindere. Anche a questo serve la Superlega.

Chi sono e quanto guadagnano i calciatori più pagati al mondo?

Peccato, inoltre, che la stessa UEFA che oggi fa la voce grossa contro Perez, Agnelli & co. sia la stessa che proprio oggi varerà il progetto di riforma della Champions League (quella che i vecchi romantici continuano a chiamare coppa dei Campioni), allargata a 36 partecipanti (rispetto alle 32 attuali) ma non per essere più inclusiva bensì per poter aumentare il numero di partite giocabili e incrementare così la platea di potenziali spettatori/compratori. Insomma, da sempre prona agli interessi dei club più forti, la UEFA ha stravolto negli anni il format di competizioni che erano avvincenti e funzionavano benissimo, perché agonisticamente combattute e mai scontate, in cui a contendersi il titolo finale non erano le solite sedici che ritroviamo ogni anno negli ottavi di finale, e provenienti dalle quattro leghe più forti (Inghilterra, Italia, Spagna e Germania, più ogni tanto qualche rappresentante francese e portoghese). Per trent’anni, la UEFA ha fatto il gioco di quei club che oggi ne sanciscono il fallimento politico distaccandosene di fatto con la creazione della Superlega. Per trent’anni, UEFA e FIFA non hanno fatto nulla per evitare che si creassero monopoli calcistici capaci di concentrare un potenziale economico tale da invalidare qualsiasi naturale spirito di competizione: e infatti da dieci anni il PSG degli sceicchi vince il campionato in Francia (in cui la seconda, per fatturato, è lontana anni luce dalla corazzata parigina), in Italia la Juve ha fatto lo stesso, in Spagna sono trent’anni che la lotta è affare tra Real e Barcellona, con l’Atletico (altra squadra aderente al progetto di super campionato) a fare da guastatore di tanto in tanto. Idem in Germania per il Bayern Monaco (società però contraria alla nuova competizione). Una noia mortale, perché la pioggia di miliardi trattenuta da queste superpotenze ha trasformato il gioco più imprevedibile del mondo in qualcosa di estremamente scontato. Resiste solamente la Premier League, ma solo perché la capacità di generare profitto da parte di quel campionato è così ampia da far entrare nella spartizione della torta più club. E quindi, di conseguenza, quel campionato rimane un po’ più aperto. Delle coppe nazionali neppure a parlarne: nel 1997 – un’era fa –  celebravamo l’ultima vittoria di una provinciale in coppa Italia, il Vicenza di Guidolin. Nel 1994 un’anonima squadra di serie B, l’Ancona, raggiungeva la finale. Oggi sarebbe impensabile, e infatti la coppa Italia è ormai affare per le solite note. Negli altri paesi la musica non cambia.

La storica Coppa Italia vinta dal Vicenza nel 1997

Eppure, il calcio era così romantico, meritocratico e realmente inclusivo quando lasciava a tutti la possibilità di sognare qualcosa. Ai tifosi del Verona o della Sampdoria di immaginarsi campioni d’Italia; a quelli del Parma di dominare in Europa (il Parma prima che diventasse un ingranaggio di questo sistema malato). Oppure alla Dinamo Tblisi di alzare un’inaspettata coppa delle Coppe nel 1981, in una sfida tutta orientale con il Carl Zeiss Jena. Già, la coppa delle Coppe: che competizione affascinante. Com’era affascinante il calcio quando chi vinceva in campionato andava in Coppa Campioni, chi si piazzava dal secondo al quinto andava a giocarsi una coppa bellissima nella forma e nel formato, la UEFA, come ricorderanno i tifosi del Napoli che la celebrarono in una notte di Stoccarda nel 1989; e chi vinceva la coppa nazionale andava a misurarsi con le altre contendenti in una competizione che fu forzosamente abolita nel 1999. Perché? Eppure, non era più democratico quel calcio, capace di far sognare in una notte di primavera l’Italia di provincia, nel tempio del football, quel Wembley travolto anch’esso dalle ruspe e dalla necessità di omologare spazi e contenuti?

Quello che ci resta, però, sono solo macerie. Come quelle che da oggi osserveranno dalle parti della UEFA.

Il Parma trionfatore in Europa con la vittoria della coppa delle Coppe 1992/1993