EDITORIALE – Ricordo la nevicata del ’56, denominata la “nevicata del secolo”, che ispirò anche i versi di una famosa canzone cantata da Mia Martini (Roma era tutta candida/tutta pulita e lucida/Tu mi dici di sì/e l’hai più vista così?…)
Per giorni e giorni nevicò ininterrottamente.
Svegliandoci, ci trovavamo davanti agli occhi lo stesso scenario: il cielo plumbeo dal quale cadevano copiosi fiocchi di neve, che si rincorrevano simili a farfalle impazzite.
Il primo pensiero dei miei genitori era quello di spalare la neve davanti all’uscio di casa, fare uno stretto passaggio che consentisse di accedere al locale dove era accatastata la legna. Il grande fuoco che ardeva nel camino riusciva solo in parte a mitigare gli spifferi di gelo che penetravano dalle fessure delle finestre e della porta.

Ero una bambina. Il primo giorno m’incantai a guardare da dietro i vetri, immobile ed estasiata, il cielo simile ad una coltre bassa e lattiginosa dalla quale emergevano grandi fiocchi che si rincorrevano, si scontravano e, sferzati dal vento, si dirigevano in varie direzioni, desiderosi di trovare un posto qualsiasi per fermarsi e avere un po’ di pace. I più fortunati erano quelli che si posavano tra i rami degli alberi: lì, il vento li lasciava finalmente riposare e loro, stringendosi in un abbraccio, si fondevano in una massa gelida e dura.
Quel paesaggio fiabesco, che all’inizio mi aveva incantato, si andava pian piano trasformando in un triste scenario: quel manto bianco candido che copriva ogni cosa era diventato un cumulo di ghiaccio sporco segnato dalle impronte delle scarpe dei passanti; un silenzio surreale avvolgeva i vicoli e le strade del paese.
Trascorse così tutto il mese di febbraio.
Dopo giorni e giorni di neve, finalmente arrivò la pioggia e poi il sole. Man mano che la neve si scioglieva venivano alla luce oggetti sepolti da giorni e dimenticati: i vasi dei fiori sui balconi e sui davanzali delle finestre, la panca in pietra davanti alla porta, i comignoli dei camini. Dalla grondaia si sentiva il gocciolare continuo dell’acqua, a volte anche un tonfo improvviso causato da grandi pezzi di ghiaccio che si staccavano dalle grondaie o dai rami degli alberi, sui quali cinguettavano, cercando riparo, i pochi passerotti sopravvissuti.
La vita pian piano riprendeva il suo corso.










































