#InQuarantenaDalleBufale, vi racconto una storiella ‘made in Usa’…

LAURIA (PZ) – Dopo qualche giorno di silenzio torna la mia personale rubrica  #InQuarantenaDalleBufale.

Oggi però più che analizzare aspetti relativi alle fake news voglio raccontarvi una piccola grande storia. Questa storiella ha comunque indirettamente a che fare con le fake news. Leggiamo da diversi giorni infatti che il virus SARS-Cov-2 sarebbe stato creato in laboratorio e “sfuggito per errore”.

Non voglio soffermarmi sul caso specifico in quanto di EVIDENZE, e sottolineo evidenze, in merito non ce ne sono. Non c’è nessuno studio credibile che affermi tale cosa, anzi per la maggior parte degli studi questa cosa viene categoricamente esclusa. Resta il fatto che se qualcuno ci crede deve mostrare per lo meno uno straccio di prova concreta a sostegno di questa ipotesi. Tale prova deve essere accessibile ed analizzabile da tutta la comunità scientifica, ergo i papielli “top secret” della CIA valgono quanto il 2 di briscola, anzi valgono quanto la boccetta di antrace sventolata alle Nazioni Unite dall’allora segretario di Stato Collin Powell. Ma non tergiversiamo, veniamo a noi.

Voglio porre l’attenzione sulla dinamica secondo cui il virus creato in laboratorio sia “uscito” e cioè “accidentalmente”. Si presuppone infatti che la Cina, in altre narrazioni l’america, abbia prodotto in laboratorio un virus e che poi per un errore umano quel virus sia sfuggito ai controlli ed entrato in contatto con la comunità. Resta da capire però a cosa possa servire liberare un virus che porta al crollo dei PIL di mezzo mondo, compreso quello cinese, e che porta alla morte di “””sole””” 200.000 persone.

Ho virgolettato in quanto 200.000 persone sono un’enormità ma su una scala di quasi 8 miliardi di persone sono un piccolo sputacchio. Non ci è dato saperlo.


La storiella che voglio raccontarvi avviene negli Stati Uniti, più precisamente nello stato del Maryland a Fort Detrick, centro militare dedicato a ricerche mediche riguardanti eventuali scenari di guerra batteriologica. Più precisamente il complesso ospita l’USAMRIID, l’istituto medico di ricerche sulle malattie infettive dell’esercito americano. In questo centro super blindato arrivano da ogni dove campioni da analizzare con le peggiori piaghe del pianeta, dall’Antrace al Vaiolo, dal Nipah Virus all’Ebola.

In uno di questi laboratori lavorava Kelly Warfield. Per aver accesso ai laboratori di massima sicurezza BLS-3 e BLS-4 Kelly aveva dovuto sottoporsi a tutti i vaccini disponibili per le varie infezioni con le quali sarebbe venuta in contatto.

Ovviamente non per tutti i virus esiste un vaccino, immaginate quindi il livello di preoccupazione che si può raggiungere lavorando in un laboratorio del genere. Il grosso delle ricerche di Kelly era dedicato alle VLP, delle proteine che rivestono l’esterno del virus e sono in grado di produrre anticorpi ma non di replicare il virus o provocare la malattia. In una delle sue giornate tipo in laboratorio Kelly doveva iniettare, ad alcuni topi da laboratorio precedentemente infettati col virus Ebola, proprio queste proteine sperimentali. La procedura prevedeva di iniettare gli anticorpi con una sola siringa ogni 10 topi. Ciò avrebbe portato ad un notevole risparmio di tempo, tempo che in situazioni come queste si traduce in vero e proprio stress.

Il laboratorio di Kelly era nell’area più sicura del complesso, un’area di biocontenimento di livello 4 separata dal mondo intero da 3 porte pressurizzate, Kelly indossava la classica tuta blu protettiva, casco integrato, valvola di ventilazione a cui era collegata una manichetta che scendeva dal soffitto per dargli aria filtrata da respirare, stivali di gomma, due paia di guanti sigillati ai polsi con nastro adesivo.

Era la sera dell’11 febbraio 2004, aveva già iniettato con successo quasi tutti i topi del laboratorio, ne mancava solo uno. Quel topo fu fatale, con un brusco movimento improvviso fece fuoriuscire l’ago che andò si conficcò proprio nel pollice di Kelly. In un primo momento pensò si trattasse solo di una piccola puntura, in fin dei conti stava lavorando con degli anticorpi innocui del virus, ma sapeva benissimo che bastava una piccolissima dose di Ebola per contrarre la malattia e quella siringa contenente anticorpi era comunque stata a contatto col sangue di animali infetti.

Le procedure in questo caso sono molto importanti e ben descritte. Kelly uscì dal laboratorio ed entrò nella prima camera pressurizzata in cui lavò a fondo la tuta blu con una soluzione antivirale Poi entrò nella seconda porta pressurizzata, lo spogliatoio. Qui tolse gli stivali, la tuta e i guanti e col telefono fisso dello spogliatoio chiamò due sue colleghe comunicandole l’accaduto, il tutto SENZA USCIRE DAL SETTORE PIÙ PROTETTO DEL COMPLESSO. A quel punto si lavò le mani e fece una doccia e fu trasferita nel settore medico mantenendo le distanze dai medici presenti, nonostante Ebola richiedesse almeno due giorni nel nuovo organismo per diventare infettivo e spargere il suo potenziale mortale. Il medico e il direttore della struttura dopo la visita non ebbero dubbi e confinarono Kelly nella “segreta”, veniva così chiamata la zona di isolamento in cui persone infette possono ricevere cure in totale sicurezza per loro e per gli altri. Questa zona è formata da due stanze ospedaliere separate dal resto dell’edificio da varie porte a tenuta stagna, in cui si entra solo dopo aver fatto una doccia chimica.

Finchè il paziente non mostra sintomi di malattie può ricevere visite ma il visitatore deve sempre indossare camice chirurgico, maschera, i guanti e la tuta protettiva. Appena il paziente mostra sintomi la zona viene trattata come una zona di massima sicurezza e vi si può accedere solo a dovute condizioni. Si rimane chiusi nella “segreta” per il tempo di incubazione del virus, nel caso di Ebola al massimo per tre settimane. Tutte le mattine riceveva le visite dei medici e i prelievi per le analisi di rito. Kelly riceveva visite tutti i giorni dal marito e le sorelle, mai dal padre che avrebbe dovuto occuparsi del nipote nel caso in cui il marito e le sorelle di Kelly fossero messi in quarantena forzata. Il 3 marzo dopo 3 settimane di quarantena finalmente Kelly potè uscire dalla “segreta” e riabbracciare il figlioletto di 3 anni. Questa piccola storiella tratta dal libro “Spillover – L’evoluzione delle pandemie” ci ricorda quanto sia difficile far fuoriuscire per sbaglio un virus da un laboratorio, ammesso che possa aver senso farlo.

Tant’è che esistono moltissimi casi di incidenti in laboratorio, incidenti spesso di natura umana, ma solo in pochissimi casi l’infezione è riuscita in qualche modo a sfuggire il contenimento, in tutti i casi l’infezione non fa molta strada in quanto di solito i virus in questione sono estremamente letali. Cosa deduciamo da questa storiella?I virus vengono trattati in laboratorio? SI… I virus possono sfuggire al contenimento? SI… Succede spesso? Assolutamente NO… E anche laddove succedesse bisogna portare delle prove genetiche a suffragio di tale tesi, come dicevo qualche riga più in alto le cartelle TOP SECRET della CIA non sono prove attendibili in quanto non verificabili.

Con questo per oggi è tutto, alla prossima puntata…..