IO CREDO. Il ricordo di gioventù di un militante comunista alla scuola del PCI

EDITORIALE – A cento anni dalla nascita del PCI (21 gennaio 1921 – 21 gennaio 2021) sono numerose le iniziative volte a commemorare la storia imponente e complessa di una grande organizzazione di massa, che nel nostro paese è stata in grado di mobilitare milioni di coscienze nel duro percorso di resistenza al fascismo prima e di costruzione della democrazia poi. Per moltissimi, e per molti anni, il Partito Comunista Italiano è stata una chiesa laica, a cui però ci si approcciava con spirito fideistico e dogmatico, proprio come si faceva con la Chiesa vera. Era la “casa” di tanti lavoratori, donne e uomini, di tutti coloro che non accettavano l’idea di vivere in un paese sotto controllo della sua maggioritaria componente democristiana, non meno fideistica e dogmatica nel guardare al modello occidentale. Una casa abitata anche da molti cattolici, ma con un profondo senso di laicità dello Stato, che sicuramente ebbero un ruolo non trascurabile nel progressivo distaccamento del partito dalle influenze sovietiche e nel processo di trasformazione in una forza socialdemocratica integrata nella democrazia liberale, sebbene continuasse a mantenere, seppur solo nominalmente, la dicitura “comunista”.

Per ovvie ragioni anagrafiche, questi cento anni non ci possono più restituire la viva voce di chi contribuì a far cominciare questa entusiasmante «canzone popolare», e la ricorrenza verrà vissuta ascoltando le voci di chi visse il partito nell’immediato dopoguerra, quando sotto la guida di Palmiro Togliatti divenne a tutti gli effetti il partito di massa che monopolizzò l’opposizione politica in Italia. Una trasformazione che sarebbe stata impossibile senza una classe dirigente capace di mobilitare le forze attive della società, e la cui formazione ideologica e politica era strutturata in maniera organica nelle sezioni e nelle scuole di partito. Tra queste, il celebre Istituto di Studi Comunisti, meglio conosciuto come scuola “delle Frattocchie” (dalla frazione romana in cui aveva sede), pensato per strutturare le giovani leve dell’intellighenzia comunista. Tra l’immediato dopoguerra e il 1993, anno della sua soppressione, la scuola centrale di formazione del PCI ha formato migliaia di quadri, tra essi personalità di spicco del mondo politico italiano, che hanno avuto o continuano ad avere ruoli di altro profilo istituzionale.

una cartolina dell’Istituto di Studi Comunisti, la scuola di formazione politica del PCI


Ma molti sono anche coloro che, dopo il passaggio alle Frattocchie, pur non avendo specifici incarichi politici o di partito, hanno contribuito allo sviluppo di altri ambiti della vita del paese, in particolar modo quella culturale: per esempio, buona parte dell’accademia italiana del secondo dopoguerra poteva vantare nel proprio cursus studiorum anche la formazione alla scuola del PCI. È il caso di Angelo Lucano Larotonda, antropologo, già docente di antropologia culturale all’Università degli Studi della Basilicata, di antropologia economica all’università di Messina e di estetica del cinema all’università Lateranense e di storia del cinema all’Athenaeum Antonianum di Roma. Ha lavorato per il cinema e la RAI come documentarista e sceneggiatore. Ora vive a Potenza, città in cui in passato è stato tra i fondatori dell’Ateneo Musica Basilicata. Da quando sono rientrato in Italia ho avuto modo di allacciare un rapporto amicale con lo schivo professore, e fin quando la pandemia ce lo ha permesso di tanto di tanto ci ritrovavamo in città per bere un caffè e scambiare due chiacchiere. Alcune settimane fa, in una delle nostre conversazioni telefoniche, si ragionava proprio della ricorrenza dei cento anni del Partito Comunista Italiano. È stata in quell’occasione che Larotonda mi ha proposto di leggere un appunto sulle vicende della sua gioventù, legate a quell’epopea. Uno di quegli scritti ritrovati quasi per caso, e che di solito invia ai suoi interlocutori più assidui per una lettura. Vi ho scoperto una bellissima memoria di quel tempo, e di quell’ambiente, e ho subito proposto al prof di pubblicarlo nell’imminenza delle celebrazioni.

È il testo che segue. Parole di un ragazzo del Novecento, carico della sua formazione ebraica e cattolica, sospeso tra l’ideologia e il disincanto, tra la realtà e l’utopia, a confronto con un gigante di quel secolo, e della democrazia italiana, quale Giorgio Amendola. Buona lettura.

Il professor Angelo Lucano Larotonda

IO CREDO

di Angelo Lucano Larotonda

 Ricordo le Fratocchie, vicino Marino, ai Castelli Romani. Là i piccoli dirigenti comunisti crescevano. A prima vista ero rimasto sorpreso della bella villa ottocentesca, della piscina, del campo di ping-pong, della buona ed efficiente mensa comune, del vino bianco dei Castelli, devastante se incontrollato. La permanenza durava tre mesi: corsi, seminari, riunioni. Tutto per realizzare il “processo di ristrutturazione della propria personalità”. Così venivano descritte le finalità del corso di formazione politica. Si doveva pur apprendere lo stile di comportamento in   pubblico, il modo di parlare da compagno, lo stare sul collo degli oppositori politici, in una parola: apprendere gli strumenti ideologici e cognitivi per raggiungere ed amministrare l’egemonia!

 Per prima cosa avevo dovuto tratteggiare pubblicamente, in assemblea, la mia autobiografia e la storia della mia famiglia di appartenenza, di scavare nelle debolezze della mia personalità, di illustrare i motivi della mia scelta politica. Un collega ebbe la solita battuta scema sugli ebrei che si occupano di politica – «attento a non fare la fine di Trockij» -. Ricambiai la battura con «basta evitare Stalin». Mi guardò storto, lui che era ancora uno stalinista. Un altro collega mi chiese se in collegio avevo imparato la doppiezza gesuitica. Risposi con una battuta, scema questa volta: «Finché si è doppi va bene ancora, pensa a Dio che è trino».  Egli non capì perché, mi disse dopo, nella sua famiglia di vecchi compagni non aveva mai sentito parlare della Trinità anche se erano stati tutti battezzati.

Terminate le “confessioni pubbliche” di ciascuno di noi, erano intervenuti vari “compagni-prof.” per riplasmare progressivamente la nostra personalità.  Essi leggevano la vita di ognuno di noi anche nei fondi del caffè dell’anima. Posi attenzione al loro metodo e, con spontaneità e senza malizia, notai che alcuni suoi aspetti potevano essere riconducibili ad alcune finalità descritte negli “Esercizi Spirituali” di sant’Ignazio. Li avevo letti anni prima cogliendone, tra l’altro, due aspetti: il metodo rigoroso che mirava alla strutturazione del mondo spirituale della persona e la conseguente rimodulazione della personalità adeguandola, nel suo agire, alle circostanze senza scostarsi dalla dottrina. Non feci cenno a nessuno di questo accostamento. I gesuiti mi avevano insegnato a tenere per sé le ipotesi e, se necessario, solo se necessario, utilizzarle in funzione di un qualche fine da perseguire.

Un’immagine di giovani militanti comunisti nella scuola di formazione del partito, alle Frattocchie

 
In quei tre mesi di corso nessuno aveva tempo di crepare di noia o di tristezza. Eravamo tenuti sotto costante pressione. Un giorno mi fece effetto vedere entrare in aula magna un grande estimatore di Thomas Mann la cui opera in quegli anni anche io avevo cominciato ad amare di un amore profondo. Era Giorgio ‘Ponza’. Era il soprannome sussurrato in giro bonariamente per indicare l’isola in cui lo aveva confinato il fascismo. Era venuto per parlare non di Mann ma de “Il movimento operaio italiano dalla Resistenza al 1956”. Adesso era l’anno 1967. Accanto gli sedeva quel che anni dopo sarà eletto Capo dello Stato, ma a quel tempo era coordinatore dell’ufficio di segreteria e dell’ufficio politico del partito. Aveva 42 anni. Era venuto anche per compiere delle riflessioni sull’ultimo libro di ‘Ponza’, “Comunismo, antifascismo e Resistenza”. Mise in evidenza soprattutto l’aspetto etico del pensiero dell’autore. Mi sorprese una frase di quella persuasiva recensione-lezione: «guadagnate sempre il vostro pane col sudore della vostra fronte e sarete dignitosi». Lì per lì pensai al libro della Genesi in cui la frase quasi simile – «col sudore del tuo volto mangerai il pane» – era stata pronunciata da Dio contro l’uomo, colpevole di aver colto il frutto dall’albero della conoscenza, e di essere venuto così a sapere dell’esistenza nel mondo del bene e del male. Ma se nella Genesi il lavoro diventava una condanna, una possibile dannazione, nelle parole dell’autorevole compagno veniva coniugato con la fatica, inevitabile, con la dignità della persona. Come a dire che il lavoro non deve essere strumento di abbrutimento dell’uomo e, al contempo, l’uomo deve conquistare con sudore ciò che lo aiuta a vivere. Cioè con impegno. Senza sotterfugi. Senza malversazioni. Senza furberie. Senza scorciatoie. E così potrà badare alla dignità di sé. Della propria vita. Della propria famiglia. Dei propri compagni. Del prossimo al quale si vuole essere utile. La dignità è forte e dolce come la seta ed è l’uomo a tesserla con le proprie mani.  Ricucirla dopo uno strappo diventa sempre penoso e comunque lascia la traccia spesso dolorosa.

Al termine ci fu la consueta pausa, in giardino. Andai vicino all’autore Giorgio, il ‘Ponza’, per dirgli di aver sostato davanti alla bara di Lenin, a Mosca, nel mausoleo della Piazza Rossa. Egli sorrise e capì che la frase era stata buttata lì per agganciarlo. Abboccò e dal mio accento capì di avere davanti a sé un giovane del Sud senza che le sue parole avessero la tristezza di un albero trapiantato altrove. Amendola conosceva i lucani: lo avevano aiutato a farlo gli incontri con Giustino Fortunato e coi libri da lui scritti. Retoricamente chiesi perdono se amavo Thomas Mann, il grande borghese, e se detestavo Carlo Levi.  Lo trovai in sintonia con me e questo mi incoraggiò a dirgli anche che col suo “Cristo si è fermato ad Eboli” aveva cucito addosso ai noi lucani una targhetta che chissà quando avremmo scucito.

Giorgio Amendola (didascalia: Giorgio Amendola, uno dei più importanti dirigenti nella storia del PCI, membro dell’Assemblea Costituente e poi, a lungo, del parlamento italiano


L’alto funzionario di partito sorrise e replicò dicendo che anche quando si nutre antipatia per una persona o una cosa bisogna sempre saper distinguere. Toh, era questa una raccomandazione già fatta dai gesuiti al liceo. E concluse: «Sta’ attento a non diventare fanatico. “La pietra che lanci non colpisce l’uccello che vuoi”». Aveva citato il poeta Hikmet. E glielo feci notare. Sorrise di nuovo e mi battette una mano sulla spalla: «Sei un malleus». «Si, – replicai ironico -, ma non maleficarum». Il riferimento era al titolo del terribile manuale – Il martello (malleus) delle streghe – usato dall’Inquisizione. «Tienilo lontano dal tuo tavolo», concluse con convinzione e andò a scambiare opinioni con altri giovani del corso che pendevano dalle sue labbra di uomo di alta cultura e combattente.

La scuola delle Frattocchie fu chiusa nel 1993. Segno dei tempi. Io continuai a frequentare la sezione del Partito di via Portuense-Villini, del quartiere omonimo dove abitavo, con la tessera in tasca e la convinzione di dover diventare un propugnatore di azioni giuste e vere. Per fare questo promossi presso la sezione dibattiti ideologici, conferenze culturali. mostre d’arte (ad una di queste invitai perfino Carlo Levi, che fu amabile). Iniziative tutte rivolte ai giovani. Questa fiamma mi consumò dopo non molto tempo perché entrai in dissenso con certe direttive del Partito e trasmigrai nel gruppo degli estremisti di via del Volsci (in cui vi era la sede del movimento di Autonomia Operaia, ndr). Ma questa è un’altra storia.