L’8 marzo in lotta: l’irriducibile ‘Pasionaria’ Dolores Ibárruri

Due anni fa fui invitato dall’Inner Wheel di Lauria (il ramo femminile del Rotary Club territoriale) a tenere un incontro nelle scuole su alcune figure femminili che avevano “segnato la storia”, all’interno di un ciclo di conferenze dedicato al ruolo delle donne e alla questione di genere nella società contemporanea. Nel corso dell’iniziativa, stimolante e molto partecipata, mi concentrai su tre figure del Novecento europeo che credetti potessero cogliere l’attenzione della platea di studenti anche in maniera funzionale a un approfondimento di tali personalità in vista dell’esame di Stato.

La discussione si focalizzò dunque sulle storie personali, politiche e professionali di Rosa Luxemburg (madre del comunismo tedesco, sulla quale rimando a un articolo del prof. Francesco Bellusci in occasione del centenario della morte), di Marie Curie (prima donna a vincere il Premio Nobel) e Sophie Scholl (animatrice della Rosa Bianca, il gruppo di resistenza giovanile al nazifascismo).

Tre individualità notevoli, non c’è che dire; tre pilastri dell’identità femminile del Novecento. Eppure, se dovessi guardare alla prima metà di quel secolo tragico e travolgente, non sarebbe in nessuna di loro tre che identifichrei, in via prioritaria, la causa della profonda seduzione che esercita su di me la simbologia rivoluzionaria della femminilità: ragione e passione planerebbero su un altro profilo di spessore, ma meno conosciuto, perlomeno dal dibattito pubblico (a volte anche superficiale) che prende forma con la ricorrenza dell’8 marzo.

Si tratta di una donna che, sin dalle letture giovanili che me la fecero conoscere, mi colpì per l’ostinata dedizione a una lotta che tendeva a identificare, correttamente, la questione di genere innanzitutto come una questione “di classe”, nel senso che le fondamentali contraddizioni che si annidavano nella visione subordinata della donna nelle società del tempo, anche quelle più evolute, fossero strettamente connesse alla subordinazione economica e sociale delle classi popolari, dove ancora oggi i fenomeni di discriminazione – e di violenza – si riproducono con maggiore facilità. E di come fosse in grado di legare questa battaglia a una più generale visione alternativa della civiltà, che nel suo caso biografico e politico coincise con la lotta antifascista nella Spagna franchista e clericale.

Sto parlando di Dolores Ibárruri, più comunemente conosciuta come La Pasionaria (1895-1989).

Dolores Ibárruri

Di chiare origini basche, come si evince dal cognome, la Ibárruri nacque in una famiglia di minatori nella regione di Bilbao, ottava di undici figli. Sensibile sin da gioventù alla condizione di sfruttamento che caratterizzava i lavoratori e le lavoratrici del suo mondo, prese spunto da quel contesto per avvicinarsi alle prime letture marxiste, percorso che la porterà ad aderire al Partito Comunista Spagnolo (PCE) già nell’anno della sua fondazione, il 1920. Di quel partito, La Pasionaria – pseudonimo da lei utilizzato per firmare i suoi primi articoli di carattere politico, che le resterà come soprannome per tutta la vita – diventerà la più importante dirigente del ventesimo secolo. Il suo carattere deciso, il suo coraggio politico e la sua abile capacità oratoria la portarono nel corso degli anni Venti a scalare i vertici di quell’organizzazione, sfidando anche il non sempre implicito maschilismo che non era affatto estraneo alla sinistra comunista novecentesca. Di quella formazione prevalentemente animata da uomini si affermò come leader indiscussa, divenendo un’icona del femminismo militante senza rinunciare alla sua identità estetica, resa celebre dai suoi abiti lunghi e sempre neri, una costante nella rappresentazione iconografica della sua persona. Per affermarsi come donna dirigente e capo politico, dunque, non ebbe bisogno di cambiare il proprio abito, e le proprie abitudini.

La sua vicenda personale e politica si intreccia con la storia drammatica del suo paese: la Spagna, a quei tempi antica potenza coloniale immersa in una crisi senza fine e dove nel 1921, sull’onda lunga degli stravolgimenti che segnarono il quadro europeo nel primo dopoguerra (conflitto a cui la monarchia spagnola non aveva partecipato), si era imposta la dittatura militare di Primo de Rivera, col beneplacito del sovrano Alfonso XIII di Borbone (nonno del più noto Juan Carlos, sovrano di Spagna dal ritorno del paese alla democrazia, a partire dal 1975). La dittatura cadde nel 1930, ma quello fu un decennio di violenta repressione del dissenso politico, a cui non sfuggì la stessa Dolores, ma quegli anni furono cruciali per rafforzarne la coscienza battagliera.

È il 1930 e la situazione in Spagna era giunta a tal punto da rovesciare secoli di storia: il 14 aprile venne proclamata la repubblica, detta “seconda” dopo l’effimera esperienza del 1873/74. Il paese che forse più di tutti aveva fondato la sua secolare identità sul potere monarchico cedeva all’emergere di forze moderne capaci di mobilitare la popolazione su un nuovo progetto politico: ovviamente repubblicano era anche il partito comunista spagnolo, il quale però non aderì alla prima fase del nuovo corso, in quanto considerato ancora nelle mani dei settori borghesi della società iberica, rappresentati anche dai movimenti nazionalisti a carattere regionale, da sempre molto forti nel paese. E per Dolores quei primi anni nella “nuova” Spagna ebbero il sapore del carcere, che neppure aveva provato ai tempi della monarchia.

La bandiera della Seconda Repubblica Spagnola (1931-1939)

Venne eletta per la prima volta deputata al parlamento alle elezioni del 1936, quelle in cui tutte le forze della sinistra spagnola, unite (nonostante le profonde differenze) nel Fronte Popolare, riuscirono a vincere e a formare il nuovo governo: fu questo il passo decisivo che portò al pronunciamiento (il colpo di Stato) dei settori militari di destra capeggiati dal generale Francisco Franco (el Generalísimo, che diventerà il padre padrone del paese per quarant’anni), al consolidamento attorno alla sua figura della destra spagnola (sia monarchica che repubblicana) e allo scoppio della tremenda guerra civile, che imperverserà fino al 1939, anno di definitiva sconfitta del fronte repubblicano, lacerato da violente divisioni tra anarchici e comunisti, e tra questi stessi, nello scontro fratricida tra stalinisti e trotzkisti. Un conflitto che divenne sin da subito un antipasto di quella che sarebbe stata la seconda guerra mondiale: al fianco dei repubblicani arrivarono, infatti, volontari da tutto il mondo, organizzati nelle Brigate Internazionali (travolte dalle lotte interne, come ben raccontato da Ken Loach nel suo bellissimo Tierra y Libertad); e a supporto delle milizie franchiste inviarono reparti militari sia Hitler che Mussolini, tanto che l’aviazione di questi due paesi si rese protagonista del tremendo bombardamento sulla cittadina basca di Guernica (1937), evento reso poi immortale dal famoso capolavoro di Pablo Picasso.

Pablo Picasso, “El Guernica” (1937). Olio su tela (349.8 x 776.6). Madrid, Museo Reina Sofia. Credit: Album / Oronoz

In quegli anni terribili, l’autorevolezza della sua persona e del suo agire rimase un elemento di mediazione tra le varie anime del fronte repubblicano: ne è dimostrazione il legame di profondo rispetto che ebbe con il capo del movimento anarchico, Buenaventura Durruti, così come si evince dalla lettura della bellissima biografia che a questi ha dedicato lo storico tedesco Hans Magnus Enzensberger (La breve estate dell’Anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti, Feltrinelli). Inoltre, la sua ars oratoria fu determinante per mantenere vivo l’impegno e la dedizione dei militanti antifascisti, al grido di battaglia ¡No Pasaran! (non passeranno!), in particolare nei momenti più complicati di quella lotta, quando iniziava a delinearsi la sconfitta che avrebbe condannato il paese a decenni di soffocante oscurantismo. Soprattutto, l’esempio della Ibárruri fu fondamentale nella mobilitazione di migliaia di donne, che combatterono in prima linea l’avanzata dell’esercito della reazione, proprio perché consapevoli che la vittoria della Falange franchista avrebbe significato enormi passi indietro per la condizione femminile in quel paese: e così fu, dal 1939, quando finì la guerra civile con il prevalere delle forze di destra guidate dal Generalísimo e l’instaurazione di una dittatura fascista, fortemente sostenuta dalla Chiesa spagnola, in cui il patriarcato era il perno valoriale attorno a cui si faceva ruotare la dinamica sociale.

Un celebre discorso di Dolores Ibárruri

Come molti tra quelli che erano riusciti a sopravvivere al massacro, Dolores Ibárruri abbandonò il paese, per rifugiarsi in Unione Sovietica. Lì, nel 1944, assunse la carica di segretario generale del Partito Comunista Spagnolo (in esilio), che mantenne fino al 1960: unica donna a ricoprire questo incarico tra tutti i capi delle formazioni comuniste d’Europa. Anche se Mosca è lontana migliaia di chilometri da Madrid, la Pasionaria non mancò di far sentire la sua voce e di organizzare la resistenza clandestina al franchismo; tanto che, alla fine di questo, nel 1975 per morte naturale del Caudillo, poté fare ritorno in Spagna, dove venne riaccolta come una delle figure più eminenti della sua storia politica, considerata alla stregua di una “madre” della nuova democrazia, nonostante il paese riprendesse il percorso della democrazia mantenendo molte strutture del periodo precedente, in primis la monarchia. Morì a Madrid all’età di 94 anni, nel 1989.

Il dettaglio raffigurante (tra gli altri) Dolores Ibárruri nell’opera “I funerali di Togliatti” (1972) di Renato Guttuso

In una giornata come quella odierna, in cui sovente ci si rivolge alla ricorrenza dell’8 marzo come giorno di lotta, mi sembrava più che doveroso rendere omaggio a una donna che alla lotta per la libertà e l’autodeterminazione di genere dedicò una vita intera, una vita di passione politica, una vita da Pasionaria.