EDITORIALE – C’è un legame indissolubile che da secoli unisce il cibo alla cultura. La parola sapore contiene al suo interno il significato stesso della conoscenza. Infatti, in latino, il verbo “sapio” indicava “avere sapore”. Solo successivamente lo stesso termine fu impiegato con il significato a noi più noto di “avere saggezza”. E se è vero che i padri fondatori della nostra lingua avevano già intuito quale importante, intrinseco e inscindibile rapporto intercorresse tra il sapere e il nutrimento, con la stessa convinzione possiamo affermare che da sempre il buon cibo ha riguardato l’uomo che, per sua natura, è costantemente andato alla ricerca delle cose buone, gustose e appetitose. Ogni essere vivente ha necessità di alimentarsi per sopravvivere: ce lo insegnano le piante, prima ancora degli animali. Eppure all’uomo non è bastato nutrirsi per non morire, ma ha voluto trasformare, nei secoli, il consumo di cibo in un momento non soltanto necessario al sostentamento, ma anche alle papille gustative. E così, sin dall’antichità, sedersi a tavola è diventato un vero e proprio momento sociale : pensiamo ai simposi greci, o agli epula romani consumati all’interno dei triclinia; pensiamo a Dante che nella sua celebre opera “Il Convivio” immagina di imbandire un banchetto al quale tutti possono partecipare e paragona le canzoni del suo testo e i commenti rispettivamente alle vivande e al pane serviti nel corso del convito; pensiamo al filosofo tedesco Ludwig Feuerbach il quale sosteneva che “l’uomo è ciò che mangia”; e ancora, pensiamo all’uomo moderno che onora occasioni importanti e festività attraverso tavolate ricche di commensali. La cucina è dunque un patrimonio di conoscenza, tradizioni, storia. È espressione viva e concreta di una civiltà e della sua identità. È l’insieme di tecniche, coltivazioni, produzioni imparate, ereditate, tramandate di generazione in generazione. E noi italiani – diciamocelo pure – da sempre abbiamo utilizzato la “nostra” cucina come simbolo di riconoscimento collettivo. Da sempre ci siamo identificati in essa e nell’immagine che evoca e trasmette. Da sempre abbiamo cercato di diffonderla oltre i confini nazionali, consci che ogni altro stato del mondo ce la invidia e tenta di emularla. Oggi, questa consapevolezza non è più soltanto figlia di un sentimento comune e patriottico, ma diventa tangibile e concreta grazie al riconoscimento che l’Unesco ha deciso di conferire alla cucina italiana che è stata ufficialmente insignita del titolo di “patrimonio culturale immateriale globale”. Ieri, infatti, il Comitato intergovernativo dell’Unesco, che si è riunito a New Delhi, in India, ha annunciato la notizia, scatenando un fortissimo applauso in sala e le immediate reazioni di giubilo e orgoglio da parte del mondo politico, intellettuale e gastronomico italiano. Il titolo ricevuto acquisisce maggiore valore se si considera che quella italiana è la prima cucina al mondo ad essere riconosciuta nella sua interezza. Secondo la decisione, deliberata all’unanimità dal Comitato, la cucina italiana è una «miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie», «un modo per prendersi cura di sé stessi e degli altri, esprimere amore e riscoprire le proprie radici culturali, offrendo alle comunità uno sbocco per condividere la loro storia e descrivere il mondo che li circonda». Essa «favorisce l’inclusione sociale, promuovendo il benessere e offrendo un canale per l’apprendimento intergenerazionale permanente, rafforzando i legami, incoraggiando la condivisione e promuovendo il senso di appartenenza». E ancora: «il cucinare è per gli italiani un’attività comunitaria che enfatizza l’intimità con il cibo, il rispetto per gli ingredienti e i momenti condivisi attorno alla tavola. La pratica è radicata nelle ricette anti-spreco e nella trasmissione di sapori, abilità e ricordi attraverso le generazioni. Essendo una pratica multigenerazionale, con ruoli perfettamente intercambiabili, la cucina svolge una funzione inclusiva, consentendo a tutti di godere di un’esperienza individuale, collettiva e di continuo di scambio, superando tutte le barriere interculturali e intergenerazionali».
L’Italia non è nuova all’ottenimento di riconoscimenti Unesco legati al settore agroalimentare. Anzi, risulta avere il primato mondiale: con l’iscrizione della cucina italiana come patrimonio dell’Unesco, la nostra nazione conquista il nono titolo in questo ambito insieme all’arte dei pizzaioli napoletani,
alla transumanza, alla costruzione dei muretti a secco in agricoltura, alla coltivazione della vite ad alberello dello zibibbo di Pantelleria, alla dieta Mediterranea, alla cava e cerca del tartufo, al sistema irriguo tradizionale, all’allevamento dei cavalli lipizzani.









































