EDITORIALE – Quando si parla di un libro, spesso, viene fuori una domanda: “di che parla?”. La risposta può essere articolata o secca, ma dipende essenzialmente dalla fantasia e dall’esperienza del lettore. Si può dire che un libro parli di una storia e raccontarla, evocarla, individuarla. Si può rispondere che un libro parli di un “personaggio”, di un tema, di … Ebbene, quando mi hanno chiesto “di che parla” il libro di Paolo Albano ? Non ho saputo rispondere.
Da quanto cielo si riesce a vedere (Hermaion, 2023, 262 p., prefazione di Giulio Sapelli) è un libro che sfugge alle definizioni. Sfugge alle domande canoniche e traccia un percorso tanto realistico e concreto quanto onirico. Provando ad afferrarne il senso profondo potremmo dire che è un saggio scientifico sul cambiamento e sull’arte della preparazione al cambiamento. Ma potremmo trovare molti altri che contesterebbero la definizione, perché l’opera di Albano è tutta del lettore: leggendo si procede in un labirinto di temi e questioni dove nel momento dello smarrimento trovi l’essenza della tua esperienza nel leggere quel libro. Ecco, dunque che il libro di Paolo Albano è un’esperienza offerta a chi legge, di per se stessa essa sarà soggettiva. Dunque, questa è una “recensione non recensione”, da definirsi per lo più un invito alla lettura.
Un arcipelago frastagliato di temi: il libro è una riflessione profonda e per certi versi capace di far generare una infinità di domande sulla “cultura”. Abusata oggi questa parola. Paolo Albano vi gira attorno e ne analizza varie sfaccettature dalle più intime (la restituzione) alle implicazioni economiche, a quelle geografiche e sociali, alle riflessioni politiche.
L’arcipelago ha uno sfondo. Che devi vedere attraverso un caleidoscopio, altrimenti non lo capisci. Anima, Basilicata, Sud, Mediterraneo.
C’è un racconto di buone pratiche nell’ambito delle “politiche culturali” (ma sorge il dubbio che questa sia una accoppiata realmente possibile) c’è una evocazione continua della cultura che anticipa i tempi (Paolo Albano è un avanguardista) ed è capace di generare prassi e azioni unite e connesse allo sviluppo dei territori (la città estesa è un’idea che dalle dinamiche degli eventi culturali potrebbe generare enormi vantaggi sul territorio, in tanti ambiti).
Scorrendo le pagine della tascabile edizione dei tipi Hermaion pensiamo di trovarci in mano un saggio di politica, di geografia, poi pensiamo di avere un romanzo in cui protagonista è un romantico sognatore artefice degli inneschi di cambiamento. Con il pensiero.
È un libro che affronta problemi. Come quello dello spopolamento. Ci vogliono buone narrazioni fatte di scelte coraggiose di azioni mirate ed efficaci di sostegno al reddito, in direzione dell’occupazione e della valorizzazione dell’ambiente, delle infrastrutture materiali e immateriali, dei servizi, del welfare locale, della promozione delle produzioni tipiche e delle tradizioni, del recupero urbano e dei patrimoni insediativi.
La narrazione ha un potere, quello della creatività, della volontà forte per un cambiamento forte. Questo senso della narrazione è enorme: non puoi narrare ciò che non è!
In Da quanto cielo si riesce a vedere, Paolo Albano offre al lettore un’esperienza narrativa che è insieme intima e universale, sospesa tra la delicatezza dell’introspezione e la forza evocativa delle immagini che costellano il suo racconto. L’opera si presenta come una lente posata sul mondo interiore dell’autore che affronta il quotidiano del contesto in cui vive, un mondo che si apre gradualmente, pagina dopo pagina, come un cielo che si lascia attraversare dallo sguardo solo a condizione che questo sia disposto ad alzarsi.
Albano, già noto per la sua fine sensibilità intellettuale (oggi, in Basilicata, Paolo Albano è uno dei pochi intellettuali), conferma qui il proprio profilo di grande intellettuale contemporaneo, capace di unire profondità di riflessione, attenzione alle sfumature emotive e cura della parola. La sua prosa, nitida e mai compiaciuta, possiede quella rara qualità di far emergere significati ulteriori, quasi nascosti, che il lettore percepisce più che comprendere: una vibrazione sottile, una verità che affiora per accenni.
“Quanto cielo si riesce a vedere” potrebbe essere una metafora della capacità, individuale e collettiva, di allargare il proprio orizzonte, di misurarsi con ciò che sta oltre le abitudini, oltre le paure, oltre i limiti imposti o autoimposti.
L’universo dei sentimenti dell’autore è fatto di malinconie luminose, di nostalgie che non feriscono ma accompagnano, di desideri che non gridano ma insistono, di affetti che si radicano nella memoria e si proiettano verso il futuro. Albano scrive come chi è abituato a osservare con attenzione, a custodire i dettagli, a interrogare le emozioni senza temerle. La struttura narrativa si muove con grande coesione, alternando momenti più contemplativi ad altri più narrativi, senza mai perdere il filo di una voce che resta riconoscibile e coerente.
Con questo lavoro Paolo Albano non soltanto conferma il proprio ruolo di pensatore sensibile e originale, ma offre anche un frammento prezioso del proprio mondo emotivo e della sua esperienza lavorativa e “culturale”, un dono narrativo che continua a risuonare anche dopo l’ultima pagina.
Se si accetta l’invito dell’autore, si scopre che il cielo che riusciamo a vedere non dipende solo da ciò che ci circonda: dipende, soprattutto, da quanto siamo disposti a lasciarci attraversare dalla profondità delle storie e dei sentimenti che incontriamo. Questo libro, con rara grazia, ci consegna nuove storie e nuovi sentimenti.










































