“La giusta misura delle cose”, continua il viaggio sui sentieri dell’Amore di Giovanna Di Verniere

LAURIA (PZ) – Virginia è intollerante all’Amore. Una ragazza in carriera, stilista, a New York per un importante progetto. Da quando ha lasciato il suo paese di origine e il primo amore, Virginia non si è più innamorata, non è stata più capace di lasciarsi andare e di affidarsi a qualcun altro. Fino all’incontro con Riccardo, un suo vecchio amico conosciuto a Parigi. L’avevamo lasciata così, Virginia, ne “L’impazienza di Penelope”, ovvero il primo romanzo di Giovanna Di Verniere, la giovane visual designer lauriota con la passione per la scrittura e non solo. La storia di Virginia non si è conclusa. E la ritroviamo oggi, ne “La giusta misura delle cose”, un altro capitolo del suo viaggio nell’Amore. Giovanna descrive “l’evoluzione di un Amore che spaventa, terrorizza e che poi riesce ad essere accarezzato, accolto, visto da altre prospettive”. “E’ la misura dei sentimenti giusta per tutti – prosegue Giovanna – diversa per ognuno: mai troppo, mai poco, mai presto, mai tardi, semplicemente propria”.  La seconda fatica letteraria di Giovanna, già disponibile sulla piattaforma Amazon (qui il link https://www.amazon.it/giusta-misura-delle-cose/dp/B091HCY7QP ) è dunque la naturale continuazione di un percorso di vita forse ancora tutto da conoscere e scoprire. L’autrice, che da qualche anno si è trasferita per lavoro fuori dall’Italia, ha frequentato il Centro Teatro Attivo di Milano e, insieme a Simona Atzori, ha ideato la community sul benessere mentale e fisico “Spazio Giusto” ( https://ivl24.it/spazio-giusto-un-blog-di-consigli-ed-esperienze-mentre-si-sta-in-casa/ ). Con noi ha voluto raccontare in esclusiva l’esperienza de “La giusta misura delle cose”. Il suo cammino e la sua evoluzione.

Giovanna, a tre anni di distanza da “L’impazienza di Penelope”, cosa ti ha spinto a continuare a riflettere, o meglio, a ispezionare sull’Amore.

Negli ultimi anni ho avuto molte idee, avrei voluto scrivere tante cose, provare a raccontare qualcosa di utile e stimolante che riguardasse le esperienze che ho raccolto nel corso della mia vita professionale e non solo. Purtroppo, tra impegni e doveri, avevo quasi perso la voglia e il desiderio di scrivere. Mi ha aiutato molto unirmi ad un gruppo di teatro (gli Amici del Teatro Italiano a Manchester) che mi diede il compito di scrivere, insieme ad altre due ragazze, il testo che avremmo portato in scena. Quel compito ha riacceso in me la scintilla e la voglia di parlare attraverso un libro. La scelta di continuare la storia di Virginia ha un motivo, anche molto simpatico. Attenzione, l’amore nel libro è presente, ma non tanto quanto si possa immaginare. È un romanzo di consapevolezza, rivoluzione e nostalgia. Un romanzo rosa, come viene chiamato magari anche sminuendolo, ha forti spunti e smuove sempre qualcosa perché l’amore, inteso non solo per il proprio partner ma in generale, è uno dei più forti motori di cambiamento ed evoluzione personale”.

“La giusta misura delle cose”, come detto, è la naturale continuazione del primo “viaggio” di Virginia, come detto la protagonista dei tuoi scritti: quali consapevolezze nuove e quali risposte ha trovato e quali ancora deve trovare.

Come ho già detto non avevo mai pensato ad una continuazione, ero andata oltre quella storia. Poi, nel momento in cui ho aperto il file vuoto di Word e ho iniziato a scrivere, ho sentito “Virginia” uscire dalle mie parole, ad ogni pressione sulla tastiera. Allora ho capito che c’era ancora qualcosa di irrisolto in lei, ancora qualcosa da raccontare. È un romanzo di crescita in cui il personaggio capisce che le cose che ha sempre ritenuto “sbagliate” in lei nascevano solo dall’errore di guardare il mondo con gli occhi degli altri e non con i suoi. Nasciamo tutti con una macchia chiamata pregiudizio e convenzione, alcuni fanno fatica a scrollarsi di dosso quello che la società ti impone di essere per poterti definire “normale”. Ecco, questa è una storia d’amore con se stessi che spero aiuti chi lo legge a sentirsi meno solo e, perché no, ad aiutare i più giovani – ancora alle prese con la scoperta e la ricerca della loro strada ad affannarsi meno ed ascoltarsi di più”.

Sei troppo. Quante ho volte ho sentito questa parola riferita a me. Quasi come se fosse il solo termine capace di descrivermi. Troppo alta. Troppo formosa. Troppo ambiziosa. Troppo piccola per sapere quello che voglio fare da grande. Troppo grande per vestirmi ancora da ragazzina…Ricordo ancora benissimo lo sguardo fisso di mia madre quando mi vide uscire dalla stanza per andare alla festa di fine anno, la sera in cui dissi addio ad Andrea. Avevo messo un vestito lungo di raso verde con uno scollo profondo sulla schiena. Scesi le scale, lentamente, e lei mi fermò davanti alla porta di casa. Sgranò gli occhi e disse: “Virginia, sei troppo”. È da quel momento che continuo a chiedermi: cosa vuol dire troppo? Troppo sensibile. Troppo stralunata. Troppo sognatrice.  Troppo istintiva. Troppo spontanea. Troppo esigente. Come se essere troppo fosse una colpa. “Tu pretendi troppo, per questo non trovi un uomo”, mi disse una volta mia nonna. Sì, certo. Forse ho preteso troppo, ma quel quel “troppo”, come dicevate voi, esisteva davvero.” (“La giusta misura delle cose”)

Che cos’è l’amore per Virginia e, di contro, per Giovanna? Viene naturale chiedersi, quanto c’è di Giovanna in Virginia?

Per Virginia è una vetta inarrivabile, qualcosa che è troppo grande per lei. Per Giovanna lo era semplicemente perché lo vedeva dal lato sbagliato. Di me, in lei, c’è appunto la nostalgia di quelle cose lasciate indietro per poter inseguire quei sogni che spesso ti portano lontano dalle radici. E la paura, che purtroppo a volte ho ancora, di dire ad alta voce quello di cui ho bisogno. Ma al tempo stesso la voglia di imparare e di modellare il mondo secondo le mie esigenze e non viceversa”.

Perché dobbiamo leggere “La giusta misura delle cose“? È qualcosa che riguarda il “motivo simpatico” di cui ci hai parlato prima?

Il motivo è più un aneddoto. Quando ho iniziato a scrivere questa storia non avevo neanche in mente di pubblicarla. L’ho scritta perché a mia nonna non era piaciuta la fine del primo romanzo. Quindi ho pensato di unire due cose: la mia voglia di scrivere anche per evadere da un periodo in cui eravamo costretti a casa e la voglia di intrattenere mia nonna — lontana e isolata anche lei – con una storia nuova. Ho scritto il romanzo e ho gliel’ho fatto avere a caratteri molto grandi per aiutarla nella lettura. Ovviamente una volta pronta la storia mi sono detta: “Perché non pubblicarlo e dare una continuazione della storia anche a tutti gli altri che si erano appassionati alle vicende di Virginia?”. I motivi per leggerlo sono gli stessi che aveva anche mia nonna: bisogno di evadere un po’ e lasciarsi trasportare da una storia, che ha un lieto fine non convenzionale e poi perché lo so che volete tutti il ritorno di Riccardo”.

La pandemia, lo stare in casa, ha fatto riscoprire in molti il piacere e il fascino della lettura: un buon libro può ancora avere il “potere” di sostituire i mezzi tecnologici di cui, giocoforza, siamo “schiavi?

La tecnologia, nonostante venga spesso demonizzata, è diventata anche il posto adatto per veicolare messaggi importanti, creare connessioni e anche scoprire cose nuove (come un autore o un titolo nuovo). Ma la lettura è una dimensione fantastica che non può essere sostituita da nulla, perché per ogni storia puoi creare e immaginare i tratti somatici dei personaggi, delle ambientazioni…dare forma agli oggetti. Non penso ci sia qualcosa di più bello. Forse solo scrivere!

Un tuo consiglio ai giovani aspiranti scrittori.

Io ho tutto da imparare e poco da insegnare. Ma credete nei vostri progetti e nei vostri sogni, scegliete di condividere la strada con chi ci crede come vuoi oppure non cedere a compromessi. Fate voi le regole!