La Lauria e i laurioti dell’Ottocento in un romanzo di Ferdinando Petruccelli

«Sulla strada di Napoli alle Calabrie, in mezzo alla catena degli Appennini, a qualche miglio dal passo di Campotenese, trovasi un grosso borgo chiamato Lauria. Il borgo, addossato alla montagna, ha due piani: Lauria inferiore, nera, immonda, dalle strette viuzze, dai casolari screpolati, si accoccola nella valle. Lauria superiore, più moderna, si attacca quasi alle vette della montagna, là dove passa la strada consolare. Questa parte del borgo è più aristocratica. Le piccole case del popolo grasso, la chiesa, il palazzo del vescovo, le locande, il convento dei cappuccini, la casa municipale giacciono quivi, e tutto ciò è nuovo, gaio, netto, con delle pretese architettoniche. Un sentiero angusto, pericoloso, ai lembi di un precipizio, riunisce le due braccia del villaggio sul dorso della montagna, mediante un piccolo ponte traballante, gettato sul torrente. Giù poi, nella valle, le due Laurie sono congiunte da una strada pietrosa che fa un lungo circuito».

È questo l’incipit del romanzo intitolato Il Re prega, opera di senilità di un grande lucano, il giornalista, romanziere, nonché deputato al parlamento nazionale, Fernando Petruccelli della Gattina, nato nel 1815 in un’agiata famiglia moliternese.

Ferdinando Petruccelli della Gattina

La figura di Petruccelli incarna pienamente l’ideale biografico del patriota risorgimentale: gli studi giovanili a Napoli, che oltre alla laurea in medicina gli favoriscono l’incontro con gli ambienti del liberalismo partenopeo, il quale in quegli anni doveva misurarsi con l’ostinata visione assolutista della dinastia borbonica, pronta come le altre corti della restaurazione europea a guardare con sospetto ai circoli dell’intellettualità cittadina, in cui si alimentavano progetti di riforma tanto dell’impianto istituzionale, quanto della struttura sociale del Regno delle Due Sicilie. Le sue posizioni si radicalizzano con la partenza dalla capitale meridionale e con l’inizio del suo girovagare per le grandi capitali europee: Parigi, dove tornerà più volte e trascorrerà gli anni più intensi della sua vita, Londra, Berlino. Si tratta di un periodo in cui entrerà in contatto con eminenti figure del mondo culturale dell’epoca, quali Charles Darwin e Pierre-Joseph Proudhon. Al rientro in Italia, a metà degli anni Quaranta, pare avesse aderito alla Giovine Italia di Mazzini e, per questo, sottoposto a misure cautelari. Partecipò ai moti del ’48, e poi, nuovamente all’estero, questa volta in veste di esule, ne raccontò la storia in La rivoluzione di Napoli nel 1848. Ritorna a Napoli nel 1860, al seguito di Alexandre Dumas mentre questi era intento a raccontare la spedizione dei Mille. Divenuto deputato del regno (per il collegio di Brienza) nel 1861, spenderà gli anni della sua vita parlamentare tra i banchi della sinistra storica, con posizioni repubblicane; descrisse le debolezze e le inettitudini di quel contesto politico nell’opera I moribondi di Palazzo Carignano (1862), di cui recentemente è uscita una riedizione, curata da Luigi Beneduci per l’editore D’Amato, con una bella e corposa introduzione che conduce il lettore non solo in una compiuta biografia del patriota moliternese, ma anche in un approccio critico alla lettura di quello che, ci ricorda Beneduci, è una pietra miliare nello sviluppo di un genere quale il “romanzo parlamentare”, che a quei tempi riscosse un discreto successo. 

Ma vediamo qual è la descrizione che di Lauria e dei laurioti fa lo scrittore moliternese nel romanzo pubblicato a Milano nel 1874, e che racconta la vicenda di “Don Diego”, un prete che si prende cura della sorella in un’umile casa, in cui vive con ella dopo essere rimasti orfani. È un personaggio particolare, di idee giacobine, e per questo malvisto dal vescovo di Policastro, il celebre Ludovici, colui che si trovò a fronteggiare l’invasione francese della città valnocina nel 1806. Egli riesce ad allontanarlo dalla curia, destinandolo a Napoli, in cui viene osteggiato in ogni sua iniziativa. Ad ogni modo, riesce a farsi largo nell’ambiente curiale e a costruire una sua carriera, interrotta dalla tragedia che si abbatte su di lui e sull’amata sorella. Devo la scoperta di questo testo a Teresa Mandarino, la quale, da attenta investigatrice della storia locale, è stata in grado di intercettarne una copia anastatica nell’infinito spazio del web, offrendola alla mia lettura.

Come visto in apertura, l’incipit ci presenta una descrizione classica del paese, quello dei due rioni, che nell’immagine di quel tempo riacquistano l’ormai smarrita caratterizzazione sociale: al “Castello” i signori, al “Borgo” i ceti popolari. Una visione certamente troppo netta, stereotipata, ma che ci restituisce grossomodo quella che era la composizione socioeconomica dei due agglomerati in quell’epoca.

Si passa dunque alla descrizione del paesaggio, che appare alquanto desolato: «la montagna è nuda e scarna: un agglomerato di pietre grigie e di argilla rossastra dall’aspetto desolato. Non alberi, non terra coltivabile, non giardini. Alcune capre etiche si disputano qua e là i tristi ciuffi di ginestra e le macchie di cipresso. Lontano, altre montagne ugualmente nude o rivestite di pini selvaggi e di frassini, dei precipizi violentemente trambustati, delle gore che divengono torrenti; e più lontano ancora, un’aria azzurrastra e vaporosa: il mar Tirreno». Sembra quasi che tale descrizione sia stata fatta avendo come punto di osservazione l’Assunta, dove per davvero allungando lo sguardo si può cogliere la presenza del mare, occultata dalle alture brulle che segnano il profilo della Valle del Noce. Paesaggio ambientale, paesaggio umano: ecco tratteggiare l’aspetto degli abitanti, che pare accomunare sia quelli di sopra che quelli di sotto, «bronzati, squallidi, vestiti di fustagno o panno bruno – filato, tessuto, tinto in casa dalle femmine della famiglia – essi hanno il portamento grave e la solennità dei vecchi mastini». Da lì la scena si sposta «all’estremità del borgo inferiore», vicino al letto del torrente (il Cafaro?), ove sorge una casa isolata, circondata da orti, e abitata da animali, che nella classica tradizione contadina condividevano lo spazio abitativo con gli umani. Ma è una casa che, seppur modesta e rurale, ci sorprende per i libri che vi sono custoditi: Hegel, Machiavelli, Orazio, Omero, Goethe, Victor Hugo, Byron, Rabelais…una casa contadina, ma abitata da un uomo colto? Chi sarà? Un prete? Sì, un prete: don Diego Spani, il protagonista del romanzo. 

Continuando la lettura, capiamo che questa casa è ubicata nell’area di San Pietro, lungo l’omonima e contemporanea via esterna che collega i due rioni: perché da lì, in tempi ancora non moderni, senza il rumore delle auto, era ancora possibile sentire «l’Ave Maria che suonava al convento dei Cappuccini». È un po’ come se ci trovassimo in una di quelle litografie ottocentesche realizzate dai viaggiatori stranieri del Grand Tour (si pensi ad esempio a quella riportata da Keppel R. Craven nel suo A Tour through the Southern provinces of the kingdom of Naples, pubblicato nel 1821), che erano solite raffigurare la cittadina proprio da quel punto, forse perché lì nei pressi passava la via che, provenendo dalla Calabria, proseguiva poi per Nemoli e Lagonegro; o forse perché molto suggestivo è il punto di vista, dominato dalla chiesa di San Giacomo, signora dalle forme imponenti e sinuose su uno sfondo di pietra, quale il monte Armo. 

La litografia di Lauria presente nel diario di viaggio di Kappel Craven

La narrazione sprofonda poi nelle vicende personali del protagonista; nessun altro cenno è fatto al luogo in cui quelle vicende si fanno partire. Ma rimane una traccia significativa della memoria di una comunità che, per alterne e tragiche vicende (si pensi al 1806) che investirono le sue fondamentali fonti archivistiche, ha grande difficoltà a ricostruire l’immagine del proprio passato.