La rivitalizzazione dei piccoli centri tra promesse mancate e nuove prospettive

Giovanni Robertella è un ex dirigente scolastico, presidente dell’associazione Presenza Etica, avente come fine la promozione e lo sviluppo dell’impegno culturale come forma di incubatore sociale.
Ha risposto all’appello, alla riflessione e proposta sul tema delle aree interne, con particolare attenzione a quelle lucane, lanciato su queste pagine dall’articolo di Carmine Cassino Ritornare a vivere la forma paese.
Intervento molto puntuale quello di Robertella, e molto significativo dal momento che proviene da un abitante di uno dei comuni più piccoli di Basilicata, Gallicchio, comunità che proprio con le problematiche connesse al tema in oggetto deve misurarsi quotidianamente.

Di seguito il testo del suo contributo. 

Il COVID ha riaperto il dibattito sul rapporto tra centro e periferia, tra paesi e città, tra sviluppo e sostenibilità economica (produrre ricchezza per tutti), sostenibilità sociale (garantire i diritti di cittadinanza) e sostenibilità ambientale (promuovere il rispetto, la cura e la tutela dell’ambiente). Da ciò ne deriva che non è più possibile aumentare ulteriormente il livello di disuguaglianza sociale, restringere i processi decisionali, lasciando questo compito alle élites cittadine, occupare altro suolo pubblico (eccessiva cementificazione e conseguente impermeabilizzazione del terreno), peggiorare l’inquinamento atmosferico, lasciare che le periferie e le piccole comunità situate al Sud e sulle fasce dell’Appennino continuino a spopolarsi per rinsanguare i grossi centri e le città metropolitane.

Per risolvere questi problemi è necessario restituire vitalità ai piccoli centri che, tra l’altro, non sono pochi nella geografia politica italiana, come evidenzia la tabella sottostante. La fotografia della situazione demografica, riferita ai comuni al di sotto dei 5.000 abitanti, è abbastanza chiara. Analizzando i dati ISTAT al 31 dicembre 2019, rileviamo la seguente situazione:

In Basilicata, su 131 comuni, ce ne sono 105 al di sotto e 26 al di sopra dei 5.000 abitanti, con una popolazione residente rispettivamente di 204.858 e 352.076 per un totale di 556.934..

                Le cause dell’abbandono dei paesi natii sono scritte in cahiers de doléances pieni di richieste inascoltate. Mancanza dei servizi essenziali (sanitari, scolastici…), assenza o carente servizio di trasporti pubblici, accentuato invecchiamento della popolazione, scarse opportunità di lavoro, assenza di istituti bancari, contesto culturale arretrato e non al passo con i tempi, assenza di infrastrutture digitali, mancanza di servizi per il tempo libero e lo shopping, marginalità geografica e la lista potrebbe continuare ancora un po’. Queste condizioni sfavorevoli non facilitano la permanenza nei piccoli centri e costringono buona parte della popolazione ad emigrare verso aree più ricche e promettenti causando, in tal modo, lo spopolamento al quale stiamo assistendo inermi da molti decenni.

                La microterritorialità, purtroppo, non è in grado di generare sviluppo e crescita. Molte attività artigianali e negozi di vario genere chiudono e scompaiono definitivamente sia per mancanza di clientela sia per l’impossibilità di trasferirne la proprietà agli eredi ormai andati via per sempre. Tutti i giovani che frequentano le università raramente ritornano nei luoghi di residenza.

Eppure, a differenza delle città, la vita nei piccoli centri è più comunitaria, le relazioni umane sono più autentiche, le differenze sociali non si avvertono, il senso di appartenenza è elevato, gli spazi sono molto ampi e puliti, ognuno è protagonista nell’ambiente in cui vive. Tutto ti appartiene. Ci si sente padroni. C’è un microclima salutare che influisce positivamente sul benessere delle persone, non c’è inquinamento dell’aria o di altri elementi.  Per queste ragioni (e per tante altre) quando si recidono le radici abbandonando il paese di origine, quasi sempre per motivi di lavoro, si avverte una grande sofferenza, il distacco ha un grosso costo psicologico, ci si sente soli e abbandonati. E c’è anche la difficoltà di ambientarsi nel nuovo contesto, di farsi accettare, di inserirsi modificando le proprie abitudini di vita per adeguarsi alle nuove.

Non è giusto costringere a tali sofferenze milioni di persone. Le soluzioni per un cambio di strategia ci sono. Lo Stato, le regioni e le altre istituzioni devono intervenire con apposite risorse economiche per sostenere e favorire lo sviluppo economico, sociale, culturale ed ambientale dei piccoli comuni. Il primo obiettivo da raggiungere, nel breve periodo, è quello di favorire ed incentivare la residenzialità attraverso la realizzazione di politiche che privilegino il ripopolamento e nello stesso tempo contrastino lo spopolamento. Le nuove tecnologie, come ha dimostrato l’attuale pandemia, consentono di svolgere il lavoro da casa purché si dotino i territori delle aree interne, dell’Appennino e del Sud di infrastrutture di comunicazione mobile e si realizzino connessioni in banda larga ed ultra larga. Con opportuni incentivi si devono valorizzare l’esistente e creare nuove imprese favorendo il rientro dei giovani più talentuosi, migliorare e potenziare i diversi settori della pubblica amministrazione incrementandola di ulteriori risorse umane e finanziarie, favorire la rigenerazione dei servizi ospedalieri piuttosto che pensare alla loro chiusura. È fondamentale costruire nuovi poli scolastici, dei veri e propri campus scolastici nei quali accogliere i bambini della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (primaria e secondaria di primo grado). I progetti devono prevedere, oltre alle tradizionali aule, anche spazi collettivi, teatri, biblioteche, auditorium, palestre, piscine, spazi flessibili, laboratori, spazi verdi, ecc. È il modello di scuola post-Covid che va privilegiato e che va messo a disposizione delle comunità che vi affluiscono.

Altri investimenti devono avere come scopo principale quello di creare lavoro produttivo e non assistenziale. Vanno sostenute ed incentivate le attività legate alla realizzazione di circuiti e itinerari turistico-culturali ed enogastronomici, alla realizzazione di impianti di produzione e distribuzione di energia da fonti rinnovabili, alla realizzazione di mercati agricoli per la vendita diretta dei prodotti agricoli ed alimentari provenienti dalla filiera corta o a chilometro utile.

Infine, occorre provvedere al recupero e alla riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico e privato, al miglioramento del decoro urbano come suggerito dal comune di Brescia: “Un insieme di norme, di comportamenti e di attività svolte nel territorio comunale finalizzate a tutelare la convivenza civile, la qualità della vita, a salvaguardare la sicurezza dei cittadini, il decoro dell’ambiente urbano con particolare riferimento ai beni di interesse storico, artistico, ambientale, nonché ai beni espressione dei valori di civiltà propri della comunità locale”.  

Non mancano le idee. Manca la volontà dei decisori politici che ancora ritardano ad intervenire per tutelare e valorizzare le qualità ambientali e le potenzialità proprie dei territori demograficamente più poveri. Non si può più attendere. Individuare misure per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli comuni significa anche avere la possibilità di garantire il presidio del territorio, contrastare il dissesto idrogeologico, salvaguardare e recuperare i beni culturali, storici, artistici, librari ed altro ancora.

È auspicabile che i piccoli centri, dal canto loro, superando la cultura campanilistica che li contraddistingue, facciano lo sforzo di unirsi per la realizzazione di un progetto comune che miri a ridurre lo squilibrio demografico, condizione primaria per ripristinare vivacità culturale ed economica.

Giovanni Robertella