Di Riccardo Manfredelli
EDITORIALE – “La Scuola Cattolica” non è un film narrativo, impone piuttosto una riflessione. Non lo è perché nella narrazione, si dà per scontata e si accetta una qualche dose di romanzato, di falso.
Invece quello che ha raccontato prima Edoardo Albinati nel libro omonimo (insignito del Premio Strega 2020) e poi Stefano Mordini attraverso la sua cinepresa è tutto crudelmente reale.
Il fatto è noto negli annali di cronaca italiana contemporanea come Massacro del Circeo: Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, due adolescenti figlie del proletariato romano e residenti nel quartiere popolare della Montagnola, vengono attratte con l’inganno in una trappola mortale: ad una festa organizzata nella villa di Andrea Ghira responsabile del fatto insieme a Gianni Guido e Angelo Izzo), le ragazze sono violentate, seviziate e drogate per ore.
Lopez morirà. Il corpo della Colasanti, che si finse morta per sfuggire alla furia cieca dei suoi aguzzini, fu ritrovato all’interno della Fiat 127 bianca di Guido.
Il Massacro del Circeo, avvenuto nel 1975, sconvolse l’opinione pubblica: sull’onda dell’indignazione e della riflessione imposta dal caso, nel 1996 (meglio tardi che mai!) lo stupro passò dall’essere considerato un crimine contro la morale comune a crimine contro la persona. Non un cambiamento di poco conto: la legge finalmente riconosce dignità alla vittima, a quel dolore che la accompagna per tutta la vita. Donatella Colasanti è morta nel 2005 a causa di un tumore al seno. Le sue ultime parole sono state: “Facciamo Giustizia!”.
Nel 1976 Ghira, Izzo e Guido furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a fuggire in Spagna e qui morì per overdose nel 1994. La sentenza ai danni di Guido fu rivista nel 1980, e nel 2004 il Tribunale di Palermo gli concesse la semilibertà: un anno dopo Guido fu accusato di aver rapito e ucciso altre due donne. La sua pena si è estinta nel 2009 grazie all’indulto. La condanna di Izzo all’ergastolo è stata confermata anche in appello.
De “La Scuola Cattolica” si è parlato tanto ben prima della sua uscita al cinema, avvenuta lo scorso 7 Ottobre dopo un passaggio fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, poiché la visione del film è stata inibita ai minori di 18 anni: la Commissione per la valutazione delle Opere Cinematografiche, operante in seno al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha spiegato tale censura con la sostanziale equiparazione tra vittime e carnefici che la pellicola proporrebbe. In realtà, “La Scuola Cattolica” è lì a suggerirci che nulla è assoluto: né il male (Ghira, Izzo e Guido erano assolutamente consapevoli di ciò che stavano facendo, e anzi sembravano soddisfatti di aver dato ulteriore prova di mascolinità) né il bene.
E che ogni Legge, il fatto che i tre siano stati allevati con i precetti cattolici è solo un pretesto – questo sì narrativo – all’impatto con la fallibilità degli uomini mostra tutte le sue falle e contraddizioni: la Legge si scontra con l’istinto (carattere primordiale di un essere umano) e diventa morale, buona o cattiva.
I giovani rampolli de “La Scuola Cattolica”sono tutti portatori di una mascolinità tossica che vede nell’uomo (chiamato continuamente a dimostrare di essere degno di appartenere alla propria tribù) un cacciatore e nella donna, nel corpo di lei, la sua preda.
Tra le interpretazioni femminili spicca quella di Valentina Cervi: come Lopez e Colasanti, anche il suo corpo è esclusiva proprietà di un uomo, che lo usa in questo caso con l’intento “nobile” di darsi una discendenza. L’intento è nobile sì, ma Eleonora Rummo è comunque vittima di sopraffazione, perché le decisioni del marito prescindono dalla sua volontà, e anche lei – come le due giovani vittime del Circeo – va incontro ad un vero e proprio martirio, che coincide con la morte innaturale di uno dei suoi figli.

La sua educazione le imporrebbe di accettare quest’ultima prova, ma Eleonora si ribella e, con un gesto che la svela in tutta la sua disperata umanità (un gesto iconoclasta, un peccato originale) abbandona la Chiesa in cui si stava celebrando il funerale di sua figlia.
Con la sua ribellione, che è molto più profonda di quello che le immagini mostrano, Eleonora Rummo ha riscattato in qualche modo anche Lopez e Colasanti a cui invece il diritto a dire di no è stato arbitrariamente tolto (Donatella aveva provato a chiamare aiuto, ma uno dei suoi aguzzini l’ha anticipata).
Nell’interpretazione di Cervi, tutta la cristianità al femminile si fa carne: la sua Eleonora è Maria ed Eva insieme, colei che accetta la missione affidatale da Dio e colei che invece disconosce i suoi precetti. A questa visione cristiana del personaggio di Eleonora Rummo contribuisce anche la trasfigurazione dei luoghi in cui i passaggi più dolorosi della sua storia si consumano: sua figlia muore in un bosco (che è l’esatto opposto del Paradiso Terrestre) mangiando una bacca avvelenata in cui è chiaro il rimando alla mela con cui il Serpente tentò Adamo ed Eva.









































