Le metamorfosi di David Bowie, l’artista che ha rivoluzionato la musica mondiale e sè stesso

EDITORIALE – Ogni artista che mira ad essere definito tale, deve avere in sé l’innata capacità di reinventarsi, seguire le mode e allo stesso tempo stravolgerle, facendole proprie e rendendole uniche.

L’artista che oggi avrebbe compiuto 73 anni potete chiamarlo Starman, Ziggy Sturdust o semplicemente col suo nome di battesimo David Robert Jones, ma forse è meglio andare sul sicuro e identificarlo come David Bowie.

Forse la personalità più eclettica che la storia musicale moderna abbia mai creato, un mix di innovazione e duttilità fuori dal comune, capace di stravolgere schemi e dogmi musicali.

Per cinque decenni ha cavalcato trionfalmente il panorama musicale mondiale,  tanto che fu acclamato dalla maggior parte della critica musicale e dai suoi stessi colleghi musicisti per l’inventiva, la capacità di spaziare fra svariati generi musicali e di rinnovarsi costantemente come icona globale.

Un riproporsi continuamente che lo ha portato a  essere, oltre Ziggy Stardust,  anche Aladdin Sane, Major Tom, Halloween Jack, The Thin White Duke e Nathan Adler.

E’ l’inventore del glam rock, genere con il quale ancora oggi si identifica la musica di Bowie, genere che prese il nome dall’abbigliamento “Glamour”, ovvero un look curato, colorato e vistoso che caratterizzava gli esponenti del genere.  Un antidoto all’eccessiva serietà della società inglese dei primi anni 70.

Con “Space Oddity” il Duca Bianco si fa conoscere al mondo. E’ l’inizio del 1969, dopo una serie di singoli fallimentari e un album d’esordio passato inosservato, le prospettive di Bowie come cantante pop stavano sbiadendo e la sua relazione con Hermione Farthingale era giunta alla fine. Alla luce della lite avvenuta durante la registrazione del video promozionale Love You Till Tuesday, proprio il giorno prima che David incidesse la prima versione di Space Oddity, versi malinconici come I think my spaceship knows which way to go («Penso che la mia astronave sappia quale via seguire») contribuiscono a far vedere il brano come rinuncia, rassegnazione e accettazione di un destino preordinato. L’ansia per la perdita di “controllo” potrebbe inoltre avvalorare la visione della base di controllo come metafora del grembo materno, un ambiente che nutre e dà certezze morali ma che l’individuo perde quando viene catapultato nella vita.

La vera consacrazione avvenne nel 1972, con l’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, in cui fu accompagnato dal gruppo musicale eponimo The Spiders from Mars e che contiene gran parte dei suoi classici, che continuarono a essere ripetuti in qualunque suo concerto anche a trent’anni di distanza: da Starman a Moonage Daydream, da Rock ‘n’ Roll Suicide a Ziggy Stardust e Space Oddity di cui, sempre nel medesimo anno, Bowie eseguì una versione nel suo primo videoclip, girato agli RCA studios di New York.

Ziggy Sturdust

Fra il 1972 e il 1973, portò in tournée uno show dove il vero Bowie e il personaggio di Ziggy Stardust finivano per confondersi.

Vestito in attillate calzamaglie colorate, costumi sgargianti e capelli tinti rosso fuoco, Bowie diede il via al primo show di Ziggy nell’ambiente raccolto del Toby Jug Pub di Tolworth il 10 febbraio 1972.[115] Lo spettacolo, presentato in seguito a platee più numerose, catapultò definitivamente Bowie sotto la luce dei riflettori dei media britannici nel corso dei successivi sei mesi di tour, facendogli conquistare enorme popolarità e un crescente successo di pubblico e di critica. Frotte di ragazzini e ragazzine si affollarono ai suoi concerti colpiti dallo sferzante e melodico glam rock e dall’atteggiamento di libertà sessuale che traspariva dall’efebo Ziggy. The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, combinando gli elementi hard rock di The Man Who Sold the World con l’approccio maggiormente pop e sperimentale di Hunky Dory, fu pubblicato nel giugno 1972: raggiunse il quinto posto nel Regno Unito e rimase in classifica per circa due anni trainando anche al successo il precedente Hunky Dory, ormai vecchio di sei mesi, che rientrò in classifica.

Nella metà degli anni 70, Bowie diventò il Duca Bianco, un aristocratico personaggio con un abbigliamento sobrio ed elegante, ipotetiche simpatie destrorse e una forte infatuazione per l’occultismo. Una trasformazione, l’ennesima, in rottura col passato, che lo portarono a trasferirsi a Berlino Ovest in cerca di nuove ispirazioni. Nacque così la trilogia di Berlino (1976-1979), che vide nell’album “Heroes” (1977), la consacrazione immortale. Il disco include il celebre brano omonimo scritto insieme a Brian Eno; quest’album fuse pop e rock ampliandone i confini di genere e fu l’unico dei tre album della trilogia berlinese ad essere interamente registrato a Berlino. Come Low, anche “Heroes” risultò pervaso dallo zeitgeist della guerra fredda, stigmatizzato dal muro che divideva in due la città. Fu un altro grande successo, raggiungendo la terza posizione in classifica nel Regno Unito. La title track, che raggiunse all’epoca soltanto la 24ª posizione nella classifica britannica dei singoli, divenne forse il brano più celebre e rappresentativo dell’intera carriera di Bowie, capace di resistere nel corso degli anni come sua canzone simbolo.

Bowie fu anche attore, celebri le sue comparse in vari film, come Tutto in una notte di John Landis (1985), o la parentesi italiana con Pieraccioni in Il Mio West per la regia di Giovanni Veronesi (1998).

Resta l’icona leggendaria di un genere personale che ha creato miti e fornito ispirazione per molti artisti, non solo in ambito musicale. L’Andy Wahrol della musica contemporanea, come lo ha definito qualcuno, un genio che ha sfidato il tempo e le masse, rendendole protagoniste assolute di evoluzioni rivoluzionarie e controtendenza.

Un artista ancora vivo negli stili e nei generi, ancora vivo, nel suo immortale carisma di trasformista 73enne…