Le patatelle viggianesi, un piatto povero, semplice, simbolo della “resistenza” alla povertà, dell’affetto, il piatto della consolazione!

di Giuseppina Stigliano

VIGGIANO (PZ) – Resiste ancora nella memoria collettiva del viggianese un piatto tramandato esclusivamente attraverso una certa tradizione orale, spesso offuscato da pietanze maggiormente valorizzate e indicate come identitarie, ormai blasonate e fortemente pubblicizzate.

Composto da ingredienti semplici e genuini, di immediata disponibilità nelle cucine dei contadini degli albori dell’Ottocento, le patatelle viggianesi, sono piccole polpette di patate e formaggio, servite tradizionalmente in brodo di pollo.

A Viggiano, paese situato a oltre 1.000 metri di altitudine nell’Alta Val d’Agri, un territorio dove l’agricoltura era spesso difficile e soggetta alle condizioni climatiche, la patata garantiva raccolti abbondanti e una buona conservazione durante l’inverno. Secondo alcuni studiosi (Ettore Bove, Università della Basilicata e Enzo Vinicio Alliegro, Università di Napoli “Federico II”, in Territorio Turismo e folklore, “Le patatelle viggianesi”) “i terreni collinari e montani favorirono la coltivazione della patata di piccole dimensioni che proveniva da coltivazioni in asciutto e selezionate tra quelle cotte per i maiali”, la quale divenne presto una risorsa fondamentale per l’alimentazione delle famiglie contadine entrando stabilmente nella cucina locale per essere utilizzata per preparazioni domestiche, ma anche come alimento base, insieme a legumi, pane, formaggi e prodotti dell’allevamento; tutti ingredienti facilmente reperibili.

La paziente e accurata lavorazione, insieme ai numerosi passaggi richiesti dalla preparazione, rendevano le patatelle un piatto particolarmente ricercato nella cultura contadina e, proprio per questo motivo, veniva riservato alle occasioni più significative della vita comunitaria e familiare, accompagnando i momenti cruciali dell’esistenza del viggianese, quali il matrimonio, il ritorno da un viaggio o da un lungo periodo di assenza, ossia rientro tanto atteso che richiama l’antico concetto del nostos, il ritorno a casa, ben noto ai tanti arpisti e musicanti itineranti viggianesi.

Ma il più ampio utilizzo della pietanza, avveniva nei momenti di lutto, come piatto consolatorio, “u cùnsl“, per i familiari del defunto al termine delle esequie.

Si trattava dunque di una preparazione profondamente legata ai passaggi fondamentali della vita umana del viggianese, eventi che, pur nella loro diversità, accomunano ogni individuo. Da qui deriva l’ampiezza della diffusione delle patatelle e il valore simbolico che veniva attribuito al piatto.

Occasioni liete e occasioni dolorose, feste e lutti, partenze e ritorni: in ogni caso le patatelle rappresentavano un gesto di partecipazione e condivisione.

Più che un semplice alimento, erano un piatto preparato “per gli altri”: un segno concreto di festa, di vicinanza, di accoglienza e di consolazione. Attraverso di esse la comunità esprimeva solidarietà, affetto e appartenenza, trasformando il cibo in un linguaggio capace di accompagnare i momenti più importanti della vita.

Le patatelle viggianesi, insomma, incarnando proprio un universo semplice e familiare, rappresentano un piatto sostenibile, espressione di un tempo in cui cucinare era il modo più caloroso per accogliere gli ospiti e salutarne le partenze, un mondo ormai sommerso dalla brevità, praticità e velocità delle numerose ricette proposte sui social, di facile replicabilità, un mondo lontano dai riflettori dei piatti celebrati nelle sagre; un vero piatto identitario da riscoprire e che sarebbe proprio il caso di far rivivere.

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