Leggere Sciascia ai tempi di Gratteri

EDITORIALE – In questi giorni, per il centenario di Sciascia, ho deciso di rileggere “A ciascuno il suo”, romanzo pubblicato nel lontano 1966.


La prima volta ero adolescente, ginnasiale, ignoravo la biografia e il pensiero dell’Autore e lessi il breve romanzo poliziesco ambientato nella Sicilia degli anni Sessanta appunto come un giallo o poco più.
Certo mi rendevo conto anche allora che c’era qualcosa di più in quelle pagine e mi inquietava non solo il finale ma anche quello che mi sfuggiva e non riuscivo a cogliere nell’intreccio e nell’ambientazione.
Negli anni successivi ho incontrato tante altre volte Leonardo Sciascia, non tanto per i suoi romanzi o i suoi saggi, ma per le sue acute riflessioni sulla giustizia e sul diritto, sullo Stato e il suo rapporto con i cittadini, sulla politica e la verità, sul terrorismo e la mafia.


In un bellissimo articolo di qualche anno fa (10 luglio 2014) su “Il Foglio”, Gianfranco Spadaccia, storico leader radicale, scriveva: “L’illuminista Sciascia, che si scoprì antigiacobino, semplicemente pensava che contro i tentativi eversivi delle Bierre come contro la criminalità mafiosa lo Stato dovesse combattere in nome del diritto e dei propri princìpi costituzionali senza cedere, a causa dell’emergenza, a leggi e politiche eccezionali. Nessuna emergenza può giustificare la sospensione delle libertà individuali come delle garanzie giuridiche e costituzionali, se non a prezzo di un abbassamento dello Stato allo stesso livello dei criminali che deve combattere”.


Altre riflessioni di Sciascia mi hanno costretto a ragionare e ad approfondire i temi del garantismo. E queste citazioni dello scrittore siciliano, venuto a mancare da oltre trent’anni, le trovo di un’attualità sconvolgente anche in questi giorni di improvvide dichiarazioni agli organi di stampa dei Gratteri e dei Morra, contemporanei eroi dell’antimafia.


Cosa diceva Leonardo Sciascia?


Semplicemente che “dare alla polizia più poteri e ai colpevoli pene più dure non farà diminuire di un millesimo i fenomeni delinquenziali…leggi speciali e poteri più ampi fanno demagogia e sono, oltre che inutili, ovviamente pericolosi per noi cittadini…” (Intervento alla Camera dei Deputati il 19 dicembre 1979).
Oppure: “La democrazia non è impotente a combattere la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette, come alcuni fanatici dell’antimafia in cuor loro desiderano, saremmo perduti irrimediabilmente. Come nemmeno il fascismo c’è riuscito”.


E ancora, amaramente, poco prima di morire, in “A futura memoria”: “Io ho dovuto fare i conti, da trent’anni a questa parte con coloro che non credevano o non volevano credere nell’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via. Non sono infallibile ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità.”.


Forse la frase che più mi ha dato da pensare, con i suoi dolorosi e inevitabili echi Manzoniani e Montesquieuiani, è:
“… il potere di giudicare i propri simili non può e non deve essere vissuto come potere. Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione di giudicare dovrebbe avere radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio.” 


Come Avvocato e come cittadino coltivo il dubbio e credo nella Giustizia ma mi ripugna il tintinnare delle manette.