EDITORIALE – “Conoscere le proprie radici significa conoscere meglio se stessi”.
Fu proprio partendo da questo pensiero che, nell’anno scolastico 2000/01, gli alunni del Circolo Didattico di Lauria I percorsero a ritroso le vicende del passato della nostra comunità per riacquistare quella parte di sé, che è rappresentata dal legame indissolubile con le proprie radici.
Con il progetto “Lauria e dintorni: tra natura, arte, storia e tradizioni”, le insegnanti del secondo ciclo si posero l’obiettivo di recuperare la memoria storica di Lauria e dei suoi abitanti.
Furono programmate varie uscite didattiche nel nostro territorio, che si connotarono come momenti di elevato interesse per le scoperte che ne derivarono: strade, vicoletti, abitazioni, antichi quartieri e ruderi si presentarono agli occhi dei bambini come testimonianza di un passato lontano dalla loro giovane età ma vicino alla loro identità di cittadini di Lauria.
Gli alunni si recarono, poi, nelle abitazioni di persone anziane dalle quali appresero dalla loro viva voce numerosi racconti sulla loro vita relativi alla nascita, alla scuola, ai giochi, al lavoro, al riscaldamento e all’illuminazione, al fidanzamento, al matrimonio e alla morte. Furono ricercati, rispolverati e posti al centro dell’attenzione oggetti che erano parte integrante della vita di “ieri”. Essi, riconsiderati come veri e propri reperti di storia locale, fecero parte di una mostra, che rappresentò la sintesi di un lavoro di gruppo e certamente lasciò un’impronta nella mente e nelle coscienze di tanti scolari entusiasti.
Le interviste rivolte alle persone anziane da parte degli alunni del secondo ciclo ci consentirono di apprezzare il valore e l’importanza di alcuni cibi, molti dei quali non più in uso, di confrontare abitudini alimentari di differenti epoche e di recuperare il valore degli scambi sociali con persone di generazioni diverse.
Muniti di carta e penna, gli alunni scrissero varie ricette culinarie con l’intento di realizzarle in famiglia. Suscitarono interesse e curiosità : “frascatuli cu u ziffite e li fasuli” (polenta sfritta con fagioli), “patane sfritte e zafarani cruschi” (patate fritte e peperoni secchi), “mazzaredde” (involtini con le interiora), “maccaruni cu li sfairi” (spaghetti con gli asparagi), “li viscuttini”, “li ancinetti” e “li pizzitti”.
Alcune “nonnine” ricordarono alcuni detti propri della nostra comunità relativi al cibo, quali: “u jangu e u russu vene da u mussu” (la buona alimentazione garantisce la salute), “a ganga mina a gamma” ( bisogna alimentarsi bene), “adduve mangianu dui, mangianu pure tri” (si può sempre aggiungere un posto a tavola), “li chiacchiri su come li cirasi, una tira l’ata” (di chiacchiere e di ciliegie non ce n’è mai abbastanza), “saccu vacandu nun si rei a l’erta” (mangiare è fondamentale), “a sandu Martinu, ogni mustu è vinu” (per l’11 novembre il mosto è ormai vino).

Il racconto più interessante fu quello di zio Antonio, intitolato “frittuli e frittulazzi”, che riporto in dialetto. Sarà forse in alcuni punti poco chiaro, ma certamente molto originale e di grande espressività.
“A li timpi nusti, atturnu a Natale e Capudannu, ogni famiglia accidia u purcu ca s’era crisciutu.
Dopu spaccatu a dui, u iurnu apprissu, quannu cu friddu li carni du purcu s’erano affrmati,li dui minzi vininu sfilittati: a carne si mittia a na banna, u lardu a nata e li grassi da nzunza vininu fatti a stuzzareddi.
Inda nu cavudaru i rama russa si mittinu li stuzzareddi i grassu e si mittia supa u fucu. U cavudaru si appinnia a na catena o si appuggiava supa u tripanu.
A fimmina i casa cu na longa cucchiara i livinu riminava…riminava…riminava…
Manu manu ca riminava, li grassi si squagliavano e ssia a mandeca.
Cu nu cuppu grannu si pigliava a mandeca e si mittia inda a certi vasi i crita ianchi.
Stu fattu si facia alminu dui o tri iurni. Adduru du grassu ni stunava a capu e ni gardia a gola.
A l’utumu ristavano li grassi senza mandeca ca vininu chiamati frittuli quiddi chiù zinni e frittulazzi quiddi chiù granni.
A li timpi nusti frittuli e frittulazzi vininu stipati inda a li vasi i terracotta.
Quannu si facia a pulenta si scarfavano e si ngi riminavano a inda,e tuttu, cu a fame ca ngera, sapia na dilizia.Puru li patani, fritti assimi a li frittuli, vininu nu piattu spiciale.
A mandeca vinia scarfata nata vota pi ngi stipà li custatedde e a zozicchia.
Cu tutti li avanzi du purcu si ngi facia u sapunu. Sulu u pilu du purcu vinia ittatu”.
Il progetto consentì, agli alunni, tra l’altro, di riconsiderare l’importanza ed il valore del dialetto, spesso considerato come qualcosa di meno nobile rispetto alla lingua nazionale. Esso, come le lingue ufficiali, ha le sue regole, una sua struttura linguistica e serve ad esprimere, in maniera efficace, desideri, sentimenti, valori e speranze.
E’ l’espressione di un popolo, la sua carta d’identità.
Non a caso la dott.ssa Patrizia Del Puente, docente di glottologia e linguistica dell’Università della Basilicata, definisce “il dialetto un bene culturale, che più di qualsiasi altro, ci veicola informazioni complete riguardo al modo di vivere e di pensare di un popolo, è l’identificativo di esso, è ciò che ci consente di ricostruire, per l’appunto, tutta la sua storia”.









































