EDITORIALE – Il 22 Aprile 2020 è stata la 50esima giornata internazionale dedicata alla nostra “casa”: la Terra. L’EARTH DAY CELEBRATION è nato con lo scopo di sensibilizzare gli abitanti del pianeta ad un più corretto utilizzo delle risorse e alla salvaguardia dell’intero ecosistema.
Per definizione si intende il Sistema Terra come l’insieme dei processi fisici, chimici e biologici che regolano l’ambiente. L’uomo fa parte di esso e l’attività antropica è stata da sempre causa di inquinamento ambientale, a partire dalla forgiatura dei metalli iniziata nell’età del rame. È stata la rivoluzione industriale, però, a dare origine all’inquinamento ambientale nel modo in cui lo conosciamo oggi e a partire dagli anni ’50, dopo l’evento conosciuto come “Il Grande Smog” che nel 1952 colpì Londra causando 4000 vittime che si sono avuti i primi segnali di attenzione all’ecosistema e il primo modello di legislazione ambientale: Clean Air Act del 1956.
Assistiamo alle conseguenze dell’inquinamento globale tutti i giorni: le continue emissioni di gas serra (GHG) nell’aria aumentano l’effetto serra e il surriscaldamento globale, che trascina con sé altre concause come lo scioglimento dei ghiacciai, l’espansione termica degli oceani, i fenomeni meteorologici estremi, il dissesto idrogeologico nonché gravi danni per la salute umana. Secondo Greenpeace il costo che sostiene il pianeta a causa dell’inquinamento è 4,5 milioni di morti premature ogni anno, di cui 56mila in Italia e, 2.900 miliardi di dollari, equivalenti al 3,3 per cento del Pil mondiale, ovvero 8 miliardi di dollari al giorno. (Toxic Air: The Price of Fossil Fuels by Greenpeace Southeast Asia February 12, 2020).

Siamo tutti a conoscenza del fatto che l’inquinamento atmosferico derivi da diverse fonti, sia antropiche sia di origine naturale, come l’utilizzo di combustibili fossili; i processi industriali e l’utilizzo di solventi, per esempio nell’industria chimica e mineraria; il trattamento dei rifiuti;
le eruzioni vulcaniche. Pochi sanno che anche le nostre abitudini alimentari hanno una notevole importanza sull’impatto ambientale: secondo uno studio dell’Università di Oxford la produzione alimentare è responsabile di un quarto di tutte le emissioni di gas serra, contribuendo quindi in maniera non irrilevante al riscaldamento globale. I prodotti a base di carne ed i prodotti lattiero-caseari sono causa di gran parte degli impatti ambientali totali: secondo un rapporto FAO il consumo di carne è responsabile dell’emissione di 8 miliardi di tonnellate di CO2.
Il Sistema Alimentare è costituito da diverse fasi di produzione: acquisizione e produzione delle materie prime, lavorazione, imballaggio e conservazione, consumo e smaltimento: ognuna di queste fasi produce una quantità più o meno elevata di GHG.
Circa il 33% dell’emissione di GHG deriva dai processi agricoli, che sono responsabili anche del 70% del consumo globale di acqua da parte dell’uomo (The Crop Site2015). Esistono molti esempi di fiumi che non incontrano più il mare a causa di ritiri antropici. L’impatto ambientale poi aumenta maggiormente se prendiamo in considerazione i prodotti coltivati in serre riscaldate, a meno che la serra sia riscaldata con energia rinnovabile pulita.
L’allevamento è un altro grande produttore GHG (metano e protossido d’azoto), sia a causa della fermentazione enterica degli animali che per la gestione del letame e spesso l’allevamento è strettamente correlato alla deforestazione necessaria per ottenere ampi terreni destinati al pascolo degli animali e alla produzione di foraggi. L’88% della foresta amazzonica abbattuta è stata adibita a pascolo…
Sempre secondo i dati dell’università di Oxford, la carne e i prodotti di derivazione animale sono responsabili di oltre la metà delle emissioni di gas serra legate agli alimenti, nonostante forniscano solo un quinto delle calorie che mangiamo e beviamo.
I processi di trasformazione industriale delle materie prime e l’imballaggio sono responsabili poi di elevati consumi energetici, i macchinari in costante utilizzo, usati nelle varie tappe produttive, sono responsabili di un notevole consumo energetico, soprattutto se consideriamo che spesso si tratta di macchinari obsoleti. Per non parlare dell’inquinamento derivante dagli scarti di imballaggio, spesso realizzati in plastica.
Il trasporto è un altro punto dolente. Il consumo di alimenti come caffè, cioccolato o frutti esotici che devono essere necessariamente importati o lo stesso consumo di alimenti fuori stagione, spesso provenienti dalle stesse aree climatiche calde, hanno un notevole impatto ambientale in termini di consumo di combustibile fossile e di conseguenza emissione di GHG in atmosfera.
In fine, non per ordine di importanza, c’è lo spreco di cibo, che non solo incide sull’economia domestica e sulla concezione etica legata ad esso, ma anche sull’inquinamento globale.
La perdita di alimenti si verifica durante tutti i processi produttivi, spesso per le severe esigenze di mercato che aspirano alla vendita di cibi esteticamente perfetti, ma la maggior parte dello spreco si registra proprio a livello domestico soprattutto nei paesi industrializzati: circa un terzo delle parti commestibili del cibo viene perso o sprecato a livello globale, corrispondente a 1,3 miliardi di tonnellate all’anno secondo la FAO. La perdita e lo spreco di cibo generano ogni anno circa l’8% del totale delle emissioni di gas serra di derivazione antropica, per capirci meglio, il contributo delle emissioni dei rifiuti alimentari al riscaldamento globale è quasi equivalente (87%) a quello delle emissioni globali del trasporto stradale.
Secondo uno studio condotto dal Politecnico federale di Zurigo più della metà (52%) dell’impatto ambientale dovuto a perdite alimentari evitabili (food waste) è causato infatti dalle economie domestiche e dalla gastronomia, mentre solo il 27% è riconducibile all’industria di trasformazione e l’8% dal commercio e, stando ai dati diffusi dall’European Commission, nell’Ue ogni anno vengono generati circa 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari con costi associati stimati a 143 miliardi di euro.

Le cause di tutto questo spreco sono da attribuirsi ad acquisti non ottimizzati, alla pretesa della perfezione organolettica, alla cattiva conservazione degli alimenti e soprattutto alla confusione generata dalle date di scadenza.
La Data di Scadenza indicata sulle confezioni o etichette di alcuni alimenti con la dicitura “da consumarsi entro” seguita da GIORNO, MESE ed eventualmente ANNO, definisce la data entro cui un alimento deve essere tassativamente consumato. Un alimento è scaduto dal giorno successivo alla data indicata sulla confezione e non può più essere venduto. Se viene mangiato dopo la data di scadenza, il consumatore potrebbe incorrere in rischi per la propria salute.
Il Termine Minimo di Conservazione o TMC invece, viene indicato sulle confezioni con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” seguita da GIORNO/MESE per conservabilità inferiore a 3 mesi, MESE/ANNO tra 3 mesi e 18 mesi, solo ANNO per più di 18 mesi. Il TMC è la data fino alla quale un prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche, in adeguate condizioni di conservazione. Un alimento che ha superato il TMC non è scaduto, non è dannoso per la salute dei consumatori e può quindi essere ancora consumato e donato a chi ne ha bisogno. Non c’è alcun divieto né per il consumo, né alcun rischio per la salute.
Generalmente gli impatti delle perdite alimentari sono maggiori se si verificano successivamente nella catena alimentare, poiché tutti i processi che si verificano prima di quella fase vengono sprecati.
In conclusione, le scelte alimentari di ognuno di noi non solo influiscono sullo stile di vita e quindi sulla nostra salute, ma abbiamo visto avere anche un ruolo fondamentale sull’impatto ambientale. Limitare il consumo di carne e derivati ha come conseguenza un miglioramento sulle emissioni di gas serra, visto che l’allevamento è il processo meno “eco-friendly” di tutta la filiera alimentare; preferire alimenti di stagione evita la coltivazione in serra e il conseguente dispendio energetico, così come la fase del trasporto; anche il Km zero elude il trasporto e può avere anche un effetto positivo in termini di economia locale; scegliere cibi che siano poco processati industrialmente, evitare le mono porzioni per ridurre i rifiuti da imballaggio; fare la spesa in modo intelligente onde evitare spreco di cibo. Insomma noi consumatori finali possiamo avere un ruolo di fondamentale importanza al fine di diminuire l’inquinamento, semplicemente facendo delle scelte alimentari da cui trarrà beneficio non solo la nostra Terra ma anche la nostra salute.












































