Qui non si gioca una polemica. Qui si gioca il futuro di un territorio
Le parole dell’assessore Francesco Cupparo tentano di ridurre una crisi storica a una disputa politica contingente. È un errore profondo. Qui non c’è nessuna competizione interna, nessuna gara a chi è “più antigovernativo”. Qui c’è una differenza molto più radicale, che riguarda il modo stesso di stare nella storia e nei territori.
Noi non siamo osservatori di una vertenza. Noi ne siamo parte.
Perché ciò che sta accadendo a Melfi non riguarda soltanto una platea di lavoratori, ma il futuro produttivo della Basilicata, l’equilibrio sociale di intere comunità, una quota rilevante del prodotto interno lordo regionale, la tenuta demografica, la sostenibilità stessa di un modello di sviluppo che ha retto per decenni e che oggi rischia di collassare.
Quando ci sono persone che dormono da oltre cento giorni in tenda, non siamo davanti a un episodio sindacale. Siamo davanti a un punto di frattura storico. Quelle tende parlano di reddito, di salute, di famiglie, di giovani che decidono se restare o andare via. Parlano di vite umane, non di comunicazione politica.
In questa fase si sta giocando anche una pericolosa battaglia, quella di separare artificialmente la fabbrica madre dall’indotto, come se l’indotto fosse una partita minore, un capitolo secondario, una variabile sacrificabile. Non a caso nel suo comunicato, l’assessore Cupparo parla solo di Stellantis, quando le nostre battaglie si concentrano sull’indotto. Quello di Cupparo è un gioco inaccettabile. Possibile che un assessore regionale alle attività produttive non abbia cognizione del fatto che l’indotto non è un’appendice?Senza l’indotto non esiste fabbrica, senza l’indotto non esiste equilibrio sociale, senza l’indotto si spezza il tessuto economico della Basilicata.
Dire che “ci sono segnali positivi” o che “la produzione sale” non risponde alla domanda fondamentale: quei volumi sono sufficienti a garantire occupazione stabile e piena, oggi e domani, lungo tutta la filiera?
Cupparo si preoccupa di rispondere a noi ma non si è preoccupato una sola volta di andare a parlare con le operaie e gli operai dell’indotto in presidio da mesi.
Tornando a noi, la politica industriale non si misura su una fase di salita produttiva, ma sulla capacità di governare le transizioni senza distruggere i territori. E oggi questa capacità non si vede.
Noi non contestiamo per principio. Contestiamo l’assenza di una strategia vincolante, l’assenza di impegni strutturali su volumi, investimenti, filiera, e soprattutto contestiamo una distanza che non è solo politica, ma umana.
In cento giorni di presidio non basta dire che “si lavora incessantemente”. Bisogna esserci. Perché la presenza non è un gesto simbolico: è un atto di responsabilità verso chi sta pagando il prezzo più alto.









































