Luisa Damore: La Rivoluzione del Desiderio Nascosto

Intervista all’autrice di ‘Dentro di me”

Di Claudio Cecili (Roma)

ROMA Dietro lo pseudonimo, un inno alla libertà femminile che sta smuovendo le convenzioni. Abbiamo intervistato l’autrice di Dentro di me, il libro che sveste la sessualità dai tabù, armandosi di consapevolezza e di un potente, erotico, “no”. Il libro Dentro di me ha squarciato il velo del silenzio su un erotismo femminile spesso taciuto o relegato al cliché. L’autrice, Luisa Damore, ha scelto l’anonimato per liberare la sua voce dalle gabbie del pregiudizio, trasformando il testo in un manifesto sulla dignità del desiderio. Dalla gestione del “no” come atto di auto-appartenenza, alla critica al sesso noioso e impersonale, D’Amore offre una prospettiva in cui l’intimità diventa consapevolezza, e il corpo non è mai solo carne, ma espressione dell’anima. Un dialogo audace, schietto e, sorprendentemente, pragmatico sulla ricerca della pienezza sessuale.


Ha scelto di usare uno pseudonimo e di mantenere il mistero sulla sua identità. Visto che il suo libro è un inno alla libertà e al rifiuto delle convenzioni, non teme che questo velo di segretezza possa essere interpretato come un’ultima, involontaria concessione al pregiudizio che circonda l’erotismo in Italia?
“Non è paura, è coerenza. Il mistero non è un nascondersi, ma un modo per proteggere la verità. Dentro di me nasce da un’urgenza intima, non da un bisogno di visibilità. Lo pseudonimo mi permette di liberare la voce senza che il mondo cerchi di incasellarla, giudicarla, o ridurla a un volto. In Italia l’erotismo è ancora osservato con sospetto, soprattutto quando è la donna a raccontarlo. Io ho scelto di restare anonima non per cedere al pregiudizio, ma per sottrarmi ai suoi meccanismi. Il mio corpo e la mia mente sono già nudi nel libro: non serve che lo sia anche il mio nome”.

Lei sta attenta nella sua scrittura tenendosi lontana dai tabù e dalle volgarità esibite. Quali sono gli elementi stilistici o narrativi che ha usato per assicurarsi che il suo linguaggio, sebbene audace, non cadesse mai nella trappola del banale?
“Ho scritto con la pelle, ma ho riscritto con la mente. La differenza tra erotismo e pornografia sta nella coscienza. Ho scelto di raccontare il desiderio come un linguaggio, non come un gesto. Ogni scena del libro è filtrata da introspezione: ciò che accade nel corpo ha senso solo perché riflette un movimento dell’anima. Lo stile è diretto, ma mai esibito; la parola erotica non serve a provocare, ma a rivelare. Ho evitato l’eccesso e la metafora compiaciuta: il mio obiettivo era far sentire, non mostrare. Quando scrivi di sesso con rispetto, non sei mai volgare. Sei vera”.

Qual è il pregiudizio più difficile da abbattere nella mente di una donna moderna che vuole vivere la sua sessualità con pienezza?
“Che il desiderio femminile debba essere giustificato. Ci hanno insegnato che una donna che desidera è pericolosa, instabile o “facile”. Eppure, non c’è niente di più stabile di una donna che conosce i propri confini e le proprie voglie. Il vero pregiudizio è credere che il piacere femminile debba sempre coincidere con l’amore, o che il corpo sia un mezzo per ottenere affetto. Io credo che sia esattamente il contrario: una donna si ama davvero solo quando può desiderare senza colpa. La pienezza nasce dal diritto di dire sì e, soprattutto, dal coraggio di dire no”.

In che modo il ‘no’ sancisce la nostra indipendenza e impedisce la nostra ‘appartenenza esclusiva a qualcun altro’?
“Il “no” è un atto di amore verso sé stesse. È la linea che separa la libertà dal compiacimento. Quando impari a dire no, smetti di appartenere a chi ti vuole, e inizi ad appartenerti. Nel mio libro il “no” non è un rifiuto freddo, ma una scelta consapevole: è la voce del corpo che dialoga con la mente. Ogni donna dovrebbe poter dire “non oggi”, “non così”, “non con te” senza sentirsi in colpa. È in quel confine che si costruisce la dignità del desiderio. Il no non chiude, definisce. E solo chi sa definire se stessa può davvero aprirsi”. Il suo libro celebra la libertà di potersi scegliere: in che modo la pressione al ‘sì’, ossia la mancata o l’incapacità di opporsi a ciò che mente o corpo rifiutano, rende la donna vulnerabile?
“Quando il sì non nasce da dentro, è una forma di resa. Quante volte diciamo sì per quieto vivere, per non deludere, per paura di essere giudicate fredde o difficili? Quel sì non è libertà, è anestesia. Ogni volta che una donna dice sì contro il proprio sentire, qualcosa in lei si spegne. Il corpo ricorda il tradimento, anche quando la mente lo nega. La vulnerabilità non è nel desiderio, ma nel silenzio. Imparare a dire no significa proteggere il proprio piacere, non negarlo. È un gesto erotico anche quello, forse il più potente: scegliere quando, come, e con chi”.

La frase chiave, “Non sarò mai solo carne… Sarò sempre io”. Potrebbe spiegare ai lettori come si trasforma il sesso da un atto “noioso e impersonale” a un livello superiore?
“Quando il corpo è solo corpo, il sesso è meccanica. Ma quando il desiderio incontra la consapevolezza, diventa esperienza spirituale. Non nel senso religioso, ma nel senso umano più profondo. L’atto erotico, se vissuto con presenza, è una forma di conoscenza: di sé, dell’altro, della vita. La noia nasce dall’abitudine, dal fare senza sentire. Io credo invece che ogni incontro fisico possa essere sacro, anche il più breve, se attraversato da intenzione. “Non sarò mai solo carne” significa che la mia mente è parte dell’orgasmo. È lei che lo accende, lo guida, lo trasforma in libertà”.

È un libro destinato a creare consapevolezza anche nel partner, o è inteso primariamente come un dialogo intimo tra la donna e sé stessa?
“Entrambe le cose, ma in quest’ordine: prima con sé stesse, poi con l’altro. Dentro di me è una lettera che una donna scrive alla propria identità erotica, ma ogni uomo che la legge scopre qualcosa del femminile che spesso non sa ascoltare. Credo che l’erotismo consapevole non appartenga a un genere: è una lingua comune, fatta di rispetto e curiosità. Il libro non vuole educare, ma mostrare cosa accade quando una donna smette di fingere. E in quel momento, anche il partner, se vuole, può imparare ad amare con più verità e meno possesso”.

Dentro di me’ è descritto come un viaggio emozionale che va oltre il semplice erotismo. Quali emozioni, oltre la passione e il piacere, ha voluto esplorare con maggiore profondità nella storia della sua protagonista?
“La vulnerabilità. È l’emozione che più mi affascina e più spaventa. Ho voluto raccontare come la fragilità possa diventare una forma di forza, come la paura del giudizio, dell’abbandono o del rifiuto sia parte del desiderio stesso. Il piacere, da solo, è superficiale; ma il piacere che nasce dopo la paura, quello è verità. Ho cercato di attraversare anche la solitudine, la colpa, la nostalgia. Perché l’erotismo autentico è completo solo quando accoglie tutto ciò che il corpo e la mente provano, anche ciò che non è comodo. È lì che la donna diventa intera”.

Dato il tono personale e l’intimità del racconto, quanto c’è di autobiografico nell’esperienza della protagonista?
“C’è tutto e c’è niente. Ogni racconto nasce da me, ma non parla solo di me. Ho vissuto molte delle emozioni che descrivo, ma le ho trasformate in simboli. Non scrivo per confessarmi, scrivo per riconoscermi. Ogni donna può trovarsi in quelle pagine, anche se la sua storia è diversa. “Luisa D’Amore” non è un nome, è uno stato dell’anima: quella parte di noi che vuole essere libera, senza dover chiedere scusa. L’autobiografia è solo il punto di partenza; la verità, invece, è universale”.

C’è stato un momento nella stesura in cui ha esitato, pensando che un passaggio potesse essere percepito come troppo intimo o troppo audace, e come ha superato quell’esitazione?
“Sì, molte volte. Ogni volta che una frase toccava una ferita, la tentazione era quella di edulcorarla. Ma poi mi sono chiesta: se non posso scrivere la verità sul mio desiderio, come posso pretendere di vivere libera? La scrittura erotica non è un esercizio di coraggio, è un esercizio di sincerità. Quando ho sentito la paura, l’ho usata come bussola: se qualcosa mi metteva a disagio, significava che stavo andando nel punto giusto. La mia nudità sulla pagina è la mia rivoluzione. Superare l’imbarazzo è stato il mio modo per riconciliarmi con me stessa”.

Ci sveli qualche segreto. Quanti uomini alla lettura del suo libro o dei social le hanno fatto proposte?
“Molti più di quanti avrei immaginato, ma meno di quanti avrebbero potuto capire davvero il libro. Le proposte più frequenti arrivano da chi legge l’erotismo come invito, non come linguaggio. Ma io non mi offendo: è il rischio di scrivere con il corpo. Alcuni messaggi mi hanno fatto sorridere, altri riflettere. La verità è che un testo erotico smuove qualcosa, anche quando non lo vuoi. Però il mio interesse non è l’eccitazione dell’altro, ma la sua consapevolezza. Chi mi scrive con rispetto, anche solo per dire “mi hai fatto pensare”, è già il lettore che cercavo”.

Qual è stata la proposta più ‘strana’ e quale quella più audace?
“La più strana? Un uomo che mi ha chiesto di inviargli una registrazione della mia voce mentre leggo il capitolo Il culto del mio odore. La più audace? Chi mi ha proposto di incontrarci in un albergo, lasciando la chiave alla reception “come in un racconto di Luisa D’Amore”. Ho sorriso, perché in fondo questo significa che la finzione ha toccato la realtà. Ma la verità è che il mio erotismo vive nella mente, non nelle stanze. Le fantasie altrui mi lusingano, ma restano letteratura. Io continuo a preferire l’incontro con chi sa leggere prima con il cuore, poi con la pelle”.


Chiudiamo. Dopo aver letto il suo libro, un lettore disilluso potrebbe chiederle: ma se il sesso non è l’amore, se il corpo non è un mezzo e se il vero atto erotico è dire ‘no’… perché, in definitiva, dovremmo ancora farlo? Qual è l’unica, ineludibile ragione che ci spinge a cercare il piacere fisico?
“Per ricordarci che siamo vivi. Il sesso non è un obbligo biologico né un diversivo: è una forma di memoria. Attraverso il piacere il corpo si riappropria del presente, la mente smette di proiettare o rimpiangere, e tutto diventa “adesso”. Non lo facciamo per colmare un vuoto, ma per riconoscerlo. Il piacere fisico è l’unico istante in cui non fingiamo: non possiamo mentire a noi stessi mentre godiamo. È una verità che scorre, un linguaggio senza parole che ci ricongiunge al nostro essere più primitivo e, al tempo stesso, più consapevole. Non si fa l’amore per possedere, ma per tornare interi. Per sentire — almeno per un respiro — che mente e corpo non sono in guerra, ma finalmente alleati. In fondo, il sesso serve solo a questo: ricordarci che la vita non si pensa, si sente”.

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