#LunedìFilm | ‘E noi come stronzi rimanemmo a guardare’: l’Uomo è Prigioniero della Rete (per sua scelta)

Di Riccardo Manfredelli

Arturo Giammarresi, il protagonista di “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”, ingaggia con l’Algoritmo una lotta impari che lo pone in una ideale linea di continuità con  Don Chisciotte e Serafino Gubbio operatore

EDITORIALE – “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”, terzo film da regista di Pierfrancesco Diliberto in arte Pif, non è che la presa di coscienza di quanto la tecnologia abbia progressivamente e irrimediabilmente assunto il controllo delle nostre vite: nel lavoro, nelle relazioni in generale, nell’amore.

Il protagonista Arturo Giammarresi ingaggia una lotta impari contro l’Algoritmo e va a porsi nell’immaginario comune in una ideale linea di continuità con  Don Chisciotte e Serafino Gubbio Operatore.

Di matrice pirandelliana appare anche il personaggio interpretato da Pif, che per la sua opera terza ha scelto di ritagliarsi un secondario che gli permettesse di concentrarsi maggiormente sulla regia,e cedere a Fabio De Luigi quello che da almeno sette anni può considerarsi il suo doppio cinematografico.

Raffaello, coinquilino del protagonista, è il compendio perfetto del tema della maschera tanto caro all’autore di Uno, Nessuno e Centomila e che, nell’epoca dei social – network, sembra aver raggiunto la massima possibilità di espressione: in apparenza è un “innocuo” professore universitario a contratto di Filologia Romanza, in rete si trasforma invece in un sanguinario leone da tastiera.

Come nel precedente “In Guerra per Amore” (2017) in cui erano chiari i riferimenti a “Roma Città Aperta”, anche con “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”, Diliberto si conferma degno erede del Neorealismo italiano. Il suo Arturo Giammarresi, raider assunto da un colosso dei nuovi medi,va infatti incontro alla stessa tragedia umana sociale ed economica del Bruno Ricci, attacchino nella Roma del secondo Dopoguerra, filmato da Vittorio De Sica: il furto della bicicletta, che non permette ad entrambi di svolgere il proprio lavoro.

Ciò che cambia è, ovviamente, l’ambientazione: la Roma del secondo dopoguerra di “Ladri di Biciclette”, si contrappone a quella futurista, distopica e per certi versi post-apocalittica (dove l’apocalisse è appunto rappresentata dall’avvento tirannico della tecnologia) di Pif. 

Una Roma anonima, ed è l’anonimato la più grande ambivalenza della società contemporanea – condizione agognata e temuta insieme – se non fosse per una magica e romantica sequenza al chiaro di luna con vista sul cupolone. Arturo è lì con Stella/Flora, altro doppio della filmografia da regista di Pif, sulla cui scrittura pesa l’eredità di Peter Weir e il suo ineludibile The Truman Show. Quella del loro ballo è una delle poche sequenze che si distaccano dall’humus dominante di “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”,