Di Riccardo Manfredelli
EDITORIALE – Ha scelto la forma del bildungsroman, del “racconto iniziatico”Paolo Sorrentino, per raccontare – nel suo ultimo film “E’ stata la mano di Dio”– il dolore che maggiormente ha segnato la sua vita: la perdita dei genitori quando era ancora adolescente.
“A me Maradona mi ha salvato la vita. Erano anni che chiedevo a mio padre di poter seguire il Napoli in trasferta (…) Quella volta mi aveva dato finalmente il permesso di partire: Empoli-Napoli. Citofonò il portiere. Pensavo mi avvisasse che il mio amico era venuto a prendermi. Invece mi diceva che era successo un incidente (…) Papà e mamma erano morti nel sonno, per colpa di una stufa. Avvelenati dal monossido di carbonio”.
Pur partendo da uno spunto autobiografico, Sorrentino non rinuncia a trasfigurare la materia filmica attraverso l’inserimento di alcuni particolari narrativi e finzionali che si discostano dal racconto reale dei fatti, reso al Corriere della Sera, l’intervista era firmata da Aldo Cazzullo, per la prima volta nel 2018.
Il primo e più evidente esempio della vocazione narrativa di Sorrentino in “E’ stata la mano di Dio”, è il fatto che egli scelga di trasferire tutto il peso della sua storia su un protagonista di finzione: il diciassettenne Fabietto Schisa (Filippo Scotti), che diventa quindi sorta di suo alter ego davanti alla cinepresa.
Vengono poi riscritti alcuni particolari afferenti alla cronaca dell’incidente: la stufa nel film è sostituita da un camino e a Fabietto/Paolo la notizia dell’incidente non viene data dal portiere di casa il giorno prima della partita (che era in trasferta, mentre nel film si fa riferimento a una generica partita del Napoli in casa) ma da suo fratello, che si precipita da lui la sera stessa in cui il fatto accade.
Ancora, una differenza tra Fabietto e Paolo è che mentre il primo avrebbe voluto studiare Filosofia, sappiamo che Sorrentino si è iscritto alla facoltà di Economia e Commercio, salvo abbandonare gli studi a pochi esami dalla laurea per inseguire l’amore per il cinema che, insieme al calcio, è uno dei riti collettivi che scorrono lungo tutto il film.
“E’ stata la mano di Dio” è per Sorrentino anche celebrazione: dei suoi inizi, con Enzo Decaro qui nei panni di San Gennaro e di cui Paolo è stato assistente alla regia per I ladri di futuro (1991), e con Antonio Capuano (con il quale nel 1998 ha collaborato alla scrittura di Polvere di Napoli).
“Che ci vai a fare a Roma? Solo gli sfigati vanno a Roma. Possibile che questa città non ti faccia venire in mente niente da raccontare?”

Con una battuta, affidata ad Antonio Capuano, Sorrentino certifica infine la centralità culturale che Napoli ha acquisito negli ultimi anni, con film, serie tv e attraverso le voci della letteratura contemporanea. E a proposito di voci il finale, con in sottofondo Napul’è di Pino Daniele, è una vera e propria dichiarazione d’amore.










































