Ma dove vanno i laurioti? – Parte quarta: Storie di laurioti illustri in un luogo dimenticato

Ma dove vanno i laurioti? è un racconto/indagine in cinque puntate su un filone migratorio che condusse molti abitanti della città valnocina nel cuore del Brasile, alla “conquista” di un luogo che seppero far prosperare.

Sommario (clicca sul titolo per leggere le puntate precedenti):
Parte Prima. Storia di un nome e di molti cognomi
Parte Seconda. Le comunità parallele. Tra tradizione e immaginazione
Parte Terza. Ma poi, dove andarono i laurioti?
Parte Quarta. Storie di laurioti illustri in un luogo dimenticato
Parte Quinta. Il sindaco benvoluto e la “casa lauriota”

Parte quarta. Storie di laurioti illustri in un luogo dimenticato

Bentrovati! Amici che state seguendo questa storia nello spazio e nel tempo, quelle che Kant avrebbe definito “intuizioni pure” e in cui io, prendendo grande licenza dall’esimio pensatore tedesco, sto provando a organizzare i frammenti di una memoria andata dispersa.

È giunto il momento di planare sui dolci morros in cui, a proposito di voli, ebbe i natali Alberto Santos-Dumont; è giunto il momento di provare a immaginarci sulle colline e nelle strade della città che porta il suo nome, proprio come se fossimo degli omini di un google maps della storia. Le informazioni raccolte fino a ora mi permettono di aprire una prospettiva prosopografica: mi affido alle fonti orali che mi fornisce chi in quello spazio è nato e cresciuto, ma faccio affidamento anche su note, lettere e diffuse tracce grafiche e visive. Devo gran parte delle informazioni in mio possesso a mio cugino Flávio, con cui più di dieci anni fa, e grazie alla comune lingua portoghese che avevo ormai imparato a dominare, si è riallacciato un legame sentimentale tra il segmento familiare residente in Italia e quello sviluppatosi in Brasile. Ricordo ancora la sua commozione pochi anni addietro, era il 2015, quando mise piede per la prima volta a Lauria con sua moglie Maria, una discendente Pittella, e sua figlia Mariana: erano i primi Cassino d’America a tornare nei luoghi d’origine dopo che l’ultimo era stato lo zio Elvio, all’inizio degli anni ’70. Flávio aveva visto Lauria solo in cartolina: mi disse che per lui era una sorta di luogo magico, da cui provenivano quelle memorie familiari che animavano i racconti del nonno Carmine, ai tempi della sua infanzia. Forse è per questo che la prima notte l’ha trascorsa senza dormire, affacciato al balcone della sua stanza all’Hotel Isola, catturato dall’immagine del borgo raccolto attorno alla chiesa di San Giacomo, la cui vista da quel punto è magnifica, quella vista che Flávio fino a quel momento aveva contemplato in foto, fantasticando per anni su quel viaggio alle radici che ora lo aveva condotto lì.  Lo scorso anno sua moglie Maria è ritornata per ritrovare le tracce dei suoi antenati, con in mano una vecchia cartolina di piazza Olmo: è lì, infatti, che c’è la casa dove nacque suo nonno, antico possessore di quel ricordo illustrato.

Piazza Olmo a Lauria in una foto degli anni Trenta

È proprio Flávio che mi ha fatto dono, durante il mio ultimo viaggio in Brasile, di quel contributo che più di tutti mi permette di recuperare informazioni biografiche precise su quei miei concittadini di cui probabilmente si è persa memoria anche nelle rispettive famiglie d’origine: si tratta di Uma cidade à beira do caminho novo, di Oswaldo H. Castello Branco. Un libro della fine degli anni ‘80 in cui questo studioso “mineiro” delinea il profilo storico della città di Santos Dumont. Le informazioni che se ne possono ricavare, riguardanti i laurioti che lì si fecero valere dando un contributo determinante allo sviluppo politico e commerciale della comunità, sono preziose. Provo a riportare quelle più rilevanti, perché le notizie sono veramente tante.

Le prime testimonianze della presenza di nostri concittadini risalgono agli anni ՚80 dell’Ottocento, quando questo insediamento era ancora un villaggio (arraial de João Gomes), anche se in grande crescita, tanto che da lì a poco avrebbe ottenuto lo statuto di municipio, passando così a chiamarsi Palmira (dal 1890). La sviluppo del nucleo abitativo era dovuto a due ragioni: la costruzione della ferrovia che avrebbe collegato Rio a Belo Horizonte, e l’installazione della prima industria casearia di tutta l’America latina. Queste due imprese cominciarono ad attirare immigrati, soprattutto europei, molto numerosi a quei tempi grazie agli accordi migratori tra il Brasile e i paesi di origine: tra questi migranti vi era anche Vincenzo Albanese da Lauria, che aprirà un’attività commerciale (Albanese&Cia), una rivendita di vini e generi alimentari che diventerà un’attività di riferimento per tutta la località; non era a lei seconda, ci dice Castello Branco, quella dei fratelli Pansardi (guidati da tale Biagio), anche se in occasione della cerimonia di fondazione di Palmira l’amministrazione darà mandato solamente al primo di allestire il sontuoso rinfresco.

In breve tempo, Albanese saprà imporsi nella collettività, tanto che già nel 1880 figura tra i membri del direttivo del primo circolo culturale locale, il Clube Recreativo e Literario “João Gomes”. Ora, il fatto che Albanese fosse già una figura distinta in quella data ci fa ipotizzare che probabilmente il suo arrivo in quell’area potrebbe essere precedente al primo grande esodo di emigranti italiani in Brasile, che rimonta al 1876: infatti una dinamica di migrazione, anche se con volumi nettamente inferiori, esisteva già, come testimonia la mobilità dei trecchinesi, giunti nell’area in cui si svilupperà la loro comunità di riferimento (Jequié) già a partire dagli anni ’60. Nel 1881, tra gli associati del circolo ricreativo compare tale Domenico Scaldaferri, le cui origini sono facili da ipotizzare, e che il 20 giugno 1900 diventerà il primo sindaco di origine italiana della città, subentrando al dimissionario primo cittadino, e inaugurando una lunga stagione dei cognomi laurioti associati all’amministrazione pubblica di Palmira. 

video realizzato da me medesimo nel mio viaggio a Santos Dumont nel 2016

L’entusiasmo che dal 1890 accompagna l’elevazione giuridica della comunità a municipio sembra galvanizzare i suoi cittadini, in particolare quelli più illustri: Vincenzo Albanese si guadagna un posto nella storia locale offrendosi di svolgere la funzione di procurador, una sorta di gestore dei contenziosi del comune, in forma assolutamente gratuita, «por um ano, sem remuneração alguma, prometendo, sob a sua palavra de honra, cumprir satisfatoriamente os deveres quel lhe são impostos para o bom desempenho de tal cargo» (p. 59). Dal 1893 un altro Albanese, Michele, risulta membro della giunta comunale, nel ruolo di vereador, una sorta di assessore.

Il fatto che i laurioti si stessero affermando come personalità di riferimento di quella realtà in crescita è attestato dalla loro costante partecipazione ai rituali di comunità, i cui verbali costituiscono gran parte del supporto documentale che Castello Branco inserisce nel suo testo. Per esempio, il 7 ottobre del 1906, in occasione della “sessão especial de Colocação da imagem de Cristo no salão de honra da Comarca de Palmira”, fanno bella presenza, a fianco delle autorità civili e religiose, il già citato Domenico Scaldaferri, di nuovo in veste di vicesindaco, Maria Caterina Scaldaferri, Maria Gaetana Albanese Scaldaferri, Giuseppe Albanese (indicato come “proprietário”), Pietro Pittella (indicato come “comerciante”), Maria Gaetana Albanese Pittella. Il doppio cognome, utilizzato nei paesi di cultura iberica, in questo caso ci dà un indizio ulteriore: che vi erano unioni coniugali, e dunque famiglie, costituite da individui di comune provenienza.

Anche in occasione della visita dell’ambasciatore italiano in Brasile (perché si reca a Santos Dumont? Evidentemente perché è ivi residente un’attiva comunità di connazionali), il conte Alessandro de Bosdari, l’11 agosto del 1919, i nostri concittadini sono in prima linea nel riceverlo con tutti gli onori. Scrive Castello Branco: «A comisão organizadora do evento era composta dos italianos Carlo Pittella, Nicola Cosentino, Raffaele Molinari e Domenico Gerardo Sarubbi». Il Sarubbi, incaricato di accogliere l’ambasciatore, dimentica di immortalare con una fotografia questo grande evento per la comunità palmirense, cosa che per lo storico Castello Branco vale uno stigma. Sarubbi non se ne dimenticherà, però, qualche anno più tardi, quando immortalerà un nutrito gruppo di laurioti raccolti attorno ad Alberto Santos-Dumont, in occasione della visita del grande aviatore alla sua città natale (ve la mostrerò nell’ultima puntata).È fin troppo facile ipotizzare che l’affidamento ai laurioti dell’organizzazione dell’evento e della stessa ricezione della più importante istituzione italiana in terra brasiliana fosse dovuto al fatto che, a quei tempi, costituissero il gruppo di immigrati più influente e numeroso, «os súditos italianos que aqui residiam e que tanto ajudaram a construir a cidade».

I Pittella hanno costituito un nucleo familiare molto consistente, a Palmira/Santos Dumont, lasciando nella storia della città il segno di personalità rilevanti. Tra essi, l’avvocato Nicola, uomo di grande cultura storica, fondatore del più importante colégio (istituzione che univa l’istruzione media e superiore) di una comunità che, negli anni ’50 del Novecento, aveva superato i trentamila abitanti. Ma ancora molto viva è la memoria di Giuseppe Maria Pittella, figlio di Carlo Pittella e Anna Albanese, sindaco della città per tre mandati tra gli anni Cinquanta e Sessanta, fino a quando non rimase vittima di attacco cardiaco nel 1963 in Italia, durante un viaggio realizzato per visitare la terra d’origine dei suoi genitori. Medico conosciuto e amato, è ricordato da Castello Branco per il suo impegno a diffondere l’assistenza sanitaria in città, dimensione non scontata a quei tempi, dispensando sovente prestazioni gratuite a chi non poteva permetterselo.

Oggi sono tanti i portatori di questo cognome in quell’area diffusa compresa tra le città di Ouro Preto, Conselheiro Lafayete e Juíz de Fora. Sono ancora presenti in tal numero che ogni anno, provenienti da ogni angolo di quella regione, si riuniscono in partecipati convivi che, nella simpatica versatilità della lingua portoghese, sono stati ribattezzati quali “Pittelladas”. Proprio in questi giorni sono stato contattato da una di loro, che ha avuto notizia di questo racconto, e mi ha confidato di come sia sua intenzione, da un po’ di tempo, di scrivere un libro per raccontare l’epopea migratoria della sua famiglia. Le ho detto che un viaggio alle origini non è eludibile. Pure questo potrebbe essere parte del nostro futuro: riportare in queste vie all’ombra del monte Armo chi ha sicuramente qualcosa da ritrovarci.

Fine quarta parte. Continua…