Migranti arsi vivi nell’auto, il racconto degli investigatori: “Porte bloccate per impedirne la fuga”

AMENDOLARA (CS) – Si delineano contorni sempre più drammatici nell’inchiesta sulla morte dei quattro migranti trovati carbonizzati all’interno di un’auto in un distributore di carburante lungo il vecchio tracciato della Statale 106 ad Amendolara, nel Cosentino. Due persone sono state sottoposte a fermo con l’accusa di aver preso parte a quello che gli investigatori ritengono un omicidio premeditato.

“È stato un evento di una crudeltà inenarrabile, un fatto assolutamente disumano”. Con queste parole il questore di Cosenza, Antonio Borelli, ha commentato la vicenda durante un incontro con i giornalisti tenuto insieme al procuratore della Repubblica di Castrovillari, Alessandro D’Alessio.

Il questore ha sottolineato la rapidità dell’azione investigativa: “Il fatto di aver dato una risposta in poco più di tre ore significa che eravamo presenti sul territorio e che siamo riusciti non solo a identificare gli indagati, anche grazie ai filmati di videosorveglianza, ma anche a rintracciarli nelle loro abitazioni e ad assicurarli alla giustizia”.

“Questa è una soddisfazione davanti a una tristezza incredibile – ha aggiunto Borelli – perché quei quattro ragazzi, per come sono morti, hanno creato in noi un vero e proprio shock”. I due fermati, secondo quanto riferito dagli investigatori, vivono in Italia da diversi anni: uno dal 2018 e l’altro dal 2022.

A ricostruire i passaggi dell’indagine è stato il capo della Squadra Mobile di Cosenza, Gianni Albano, che ha escluso al momento il coinvolgimento di ulteriori complici. Determinanti si sono rivelate le immagini del sistema di videosorveglianza del distributore, acquisite grazie alla collaborazione del gestore dell’impianto.

Dalle registrazioni emerge che una vettura si era fermata nell’area di servizio per poi essere raggiunta da un’altra utilitaria. Sul posto si era avvicinato anche un carabiniere forestale, insospettito dal fatto che dall’auto venissero lanciati alcuni sacchetti lungo la strada. Successivamente si sarebbero verificati i fatti culminati nella tragedia.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, uno degli indagati avrebbe danneggiato una maniglia interna dell’auto per impedirne l’apertura. Il conducente sarebbe poi sceso aprendo il cofano della vettura. Non è ancora chiaro se il carburante utilizzato per appiccare il rogo fosse già presente nell’abitacolo o sia stato prelevato direttamente dal distributore. Anche il secondo indagato avrebbe reso inutilizzabile una delle maniglie prima di allontanarsi dal mezzo.

Le vittime avrebbero tentato disperatamente di uscire dall’auto senza riuscirci. Solo una persona sarebbe riuscita a salvarsi, uscendo dal cofano e fuggendo prima che le fiamme avvolgessero il veicolo.

“Non abbiamo elementi che facciano pensare alla presenza di altri complici – ha concluso Albano – e riteniamo che l’omicidio sia stato premeditato”.

L’inchiesta prosegue per chiarire il movente e ricostruire nel dettaglio tutte le fasi della vicenda che ha profondamente scosso l’opinione pubblica.

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