“Mini-vitalizi”, per la Consulta il referendum è inammissibile: l’opposizione chiede subito la legge sulla partecipazione democratica

POTENZA – La Consulta di Garanzia Statutaria della Regione Basilicata ha dichiarato inammissibile la richiesta di referendum sui cosiddetti “mini-vitalizi”. Secondo l’organismo di garanzia, l’iniziativa referendaria risulta ormai superata alla luce delle modifiche approvate dal Consiglio regionale lo scorso 15 febbraio sulle indennità differite.
L’aula, infatti, ha votato a maggioranza una modifica alla norma che inizialmente introduceva l’assegno, limitandone la possibilità di concessione a partire da questa legislatura. Cambiamenti che, come si legge nella decisione della Consulta, avrebbero comunque determinato il blocco del procedimento referendario «anche se le richieste fossero state legittime e ammissibili».
Alla luce della pronuncia della Consulta, i consiglieri regionali di opposizione Roberto Cifarelli Araneo, Bochicchio, Chiorazzo, Verri e Vizziello chiedono con forza l’immediata approvazione della proposta di legge sugli istituti di partecipazione democratica.
«La pronuncia della Consulta – sottolineano i consiglieri – pur evidenziando criticità normative e l’assenza di una disciplina organica aggiornata, conferma che oggi alle cittadine e ai cittadini lucani non è garantito un esercizio pieno ed effettivo degli strumenti di democrazia diretta».
Per questo motivo, spiegano gli esponenti dell’opposizione, diventa ancora più urgente approvare la proposta di legge già depositata e calendarizzata nella seduta della Prima Commissione consiliare, che recepisce le indicazioni formulate dalla stessa Consulta di Garanzia Statutaria.
«È necessario – aggiungono – completare l’iter già nella prossima seduta del Consiglio regionale del 24 marzo e restituire ai lucani uno strumento fondamentale di partecipazione, consentendo loro di esprimersi attraverso il referendum non solo sulla vicenda dei vitalizi, ma su tutte le questioni di interesse regionale».
«Negare o rinviare ancora questo passaggio – concludono – significherebbe assumersi la responsabilità politica di impedire ai cittadini di esercitare un diritto previsto dallo Statuto».

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