Montesquieu non ce la fa più

EDITORIALE – “Con la maturazione delle democrazie contemporanee, ai poteri di governo si sono affiancate le istituzioni di garanzia. Accanto alla tradizionale tripartizione dei poteri, si sono collocati Capo dello Stato e Corte costituzionale per completare il bilanciamento di poteri…


E’ una Corte che dialoga con il Parlamento, invia moniti, fissa termini, corregge scelte. Non dobbiamo stupirci. Ma prenderne atto. Specie rispetto alla “debolezza” di un Parlamento in crisi…” (cfr. A. Celotto, Il caso Cappato “in controluce”: la Corte costituzionale nella forma di governo, in Giurisprudenza Penale Web, 2020, 2).


Quanto scrive il Professore di Diritto Costituzionale in merito alla vicenda Cappato e alla declaratoria di incostituzionalità di una norma pensata negli anni ’30 del secolo scorso e non più adeguata al sentire contemporaneo per la verità lo si era già visto, come del resto sottolinea l’Autore: la Consulta aveva già in passato offerto letture evolutive della Costituzione, facendone la base per la tutela e la promozione anche di nuovi diritti, non garantiti espressamente, ma desumibili implicitamente dal sistema.

Una lettura interpretativa coraggiosa che aveva garantito copertura costituzionale al diritto alla riservatezza, all’identità personale e sessuale, all’abitazione, all’ambiente, all’informazione.


Tutti temi costituzionalmente non esplicitati, ma sicuramente contenuti in nuce nella nostra Carta Costituzionale.


Allora, se questa è la cornice istituzionale entro la quale dovrebbe muoversi il Legislatore per non incorrere nella censura del Giudice delle Leggi, dovrebbe destare stupore un Parlamento che si ostina a legiferare in spregio a princípi maggiormente consolidati.
Lo stiamo vedendo per la questione della prescrizione con una norma sicuramente contraria al giusto processo.


E lo abbiamo visto con l’intervento di censura sulla Spazzacorrotti di questa settimana laddove la Corte ha stabilito che l’applicazione retroattiva di una disciplina che comporta una radicale trasformazione della natura della pena e della sua incidenza sulla libertà personale, rispetto a quella prevista al momento del reato, è incompatibile con il principio di legalità delle pene, sancito dall’articolo 25, secondo comma, della Costituzione.
Eppure il Legislatore populista non si piega alla Costituzione e, pur di piantare la sua effimera bandierina giustizialista da dare in pasto al seguace rabbioso, continua imperterrito a violare il dettato costituzionale.


L’orda del populismo giudiziario, attraverso l’irrazionale ricerca del capro espiatorio a tutti i costi, il processo sommario e la gogna dell’indagato, ha già fatto troppi danni al Paese come semplice movimento di opinione.


Figuriamoci oggi che dispone della maggioranza relativa in Parlamento e del Ministro della Giustizia…


Meno male che c’è la Consulta.