LAURIA (PZ) – Per bloccare la copertura alle strutture verticali del Palasport di Lauria sarebbe stato utilizzato del semplice cemento, al posto degli ancoraggi “armati” che erano previsti dal progetto, e si supponevano realizzati dopo il collaudo della struttura.
Secondo quanto riportato dal collega Leo Amato sulle colonne del Quotidiano del Sud, ruota attorno a questa constatazione l’inchiesta della procura di Lagonegro su quanto avvenuto la sera del 13 dicembre scorso nel centro valnocino, col distacco di un’ampia porzione del tetto del Pala Alberti, che si è sollevata in aria ed è precipitata su una palestra distante qualche decina di metri, uccidendo tristemente la psicologa 28enne Giovanna Pastoressa, e ferendone in maniera grave altre 6.
Nei giorni scorsi i 9 indagati per omicidio, disastro e lesioni colpose (a cui andrebbe sommata l’accusa di falso rivolta a uno solo di loro) hanno ricevuto un nuovo avviso di garanzia con la comunicazione dell’avvio, lunedì 13 luglio, dell’incidente probatorio che era stato chiesto da diverse difese.
Come riporta sempre il Quotidiano, al suo interno, però, sono stati formalizzati per la prima volta i capi d’imputazione provvisoria ipotizzati dal pm Rossella Maria Colella. Così è venuto alla luce quanto scoperto finora dagli inquirenti, che intendono capire come sia stato possibile che il vento, per quanto forte, sia riuscito a sollevare quella porzione della copertura del palazzetto, lunga circa 30 metri per 8 di larghezza, in pesante legno laminato e cemento, con tanto di pannelli fotovoltaici agganciati, proiettandola sulla palestra, distante qualche decina di metri. Lì dove sono precipitate le pesanti macerie travolgendo chi si stava allenando, come la giovane psicologa 28enne.
Scrive ancora Amato: Il pm contesta la predisposizione di un progetto «per la realizzazione della copertura dello stabile con struttura in legno lamellare tenendo conto esclusivamente dell’azione del vento dal basso verso l’alto, e omettendo di valutare l’azione del vento dal basso verso l’alto», come previsto da una disposizione ministeriale del 1996. Quindi denuncia la realizzazione della copertura «mediante sistemi di ancoraggio in solo conglomerato cementizio, laddove da progetto era prescritta la realizzazione di ancoraggi in conglomerato cementizio armato, dunque omettendo la posa delle armature metalliche». Condotte «negligenti e imperite», insomma, che avrebbero determinato il distacco di parte di quella copertura «e la successiva caduta della stessa sugli immobili adiacenti».
Gli inquirenti contestano al solo collaudatore del palazzetto, l’architetto Francesco Mitidieri di Latronico, anche di aver dato atto di «avere effettuato “in corso d’opera” l’esame generale dei lavori nonché “riscontri, accertamenti, verifiche, controlli, misurazioni e saggi”, quali siti dei sopralluoghi (“visite”)» indicati nel certificato di collaudo, perché all’interno dello stesso certificato avrebbe attestato «falsamente» anche «la conformità della copertura (…) al progetto con particolare riferimento alla realizzazione degli ancoraggi (…) in conglomerato cementizio armato, fatto contrario al vero essendo risultati i predetti ancoraggi realizzati in semplice conglomerato cementizio».
L’incidente probatorio su una serie di aspetti tecnici dell’accaduto, inclusi «eventuali profili di criticità sul piano progettuale/costruttivo/manutentivo nelle diverse fasi», riprenderà martedì prossimo ed è previsto che prosegua fino al 9 novembre











































