Pane duro e lacrime nascoste

Un altro brano tratto dal mio libro “Le mamme di Annuccia”, che riguarda sempre la povertà, con risvolti psicologici e situazioni di patimento e di sofferenza emotiva.


EDITORIALE – Tra le famiglie povere, esisteva l’usanza di mandare le bambine “a padrone” presso famiglie nobili e benestanti, che le accoglievano come serve nei loro palazzi riccamente arredati. L’esperienza di serve che fecero Caterina e Rosina le segnò per tutta la vita.
Si svegliavano presto al mattino e sbrigavano numerose e faticose faccende domestiche. Non era permesso loro di sedersi a tavola con i padroni: su un piccolo tavolino situato in un angolo della cucina consumavano, dopo avere servito i signori, i loro miseri pasti. 
Caterina, a volte, giocava con la figlia dei padroni, sua coetanea, ma bisognava sottostare ai suoi capricci: lei sceglieva i giochi, lei imponeva le regole, lei doveva sempre vincere. A volte Caterina, non potendo reagire, rimaneva in silenzio mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. 
Donna Franca, la nonna, non era affatto comprensiva e amorevole con lei. Prima della cena doveva aiutarla nelle sue pulizie personali. Caterina riempiva un catino di acqua dove la signora immergeva i piedi e, in ginocchio, glieli lavava con una spugna e il sapone. Era per Caterina un compito che le procurava ansia e trepidazione. 
La signora aveva sempre da lamentarsi a causa dell’acqua troppo calda o troppo fredda, oppure perché bagnava il pavimento o non era capace di asciugare bene tra un dito e l’altro.
“Sei una sciocca, brucia…sbrigati…aggiungi altra acqua fredda!” 
“Subito, signora”! 
A volte, nella fretta di versare l’acqua, capitava che qualche goccia cadesse sul pavimento, allora vi erano altri rimproveri.
“Sei un’incapace, non sai fare niente!.”
Caterina si scusava e, con la testa china, continuava a svolgere il suo lavoro. 
La sera, sfinita da tanto lavoro, si chiudeva nel locale adibito a deposito, dove, in un angolo, vi era una brandina.  
Anche Rosina lavorava tanto, ma era riuscita a fare breccia nel cuore della signora Lidia, che si era affezionata a lei. Anche il signore Alfredo le dimostrava simpatia, comprensione e affetto. Rosina, tuttavia, non si sapeva spiegare certi suoi atteggiamenti. Una volta la portò con lui nel suo studio  e la invitò a sedersi sulle sue gambe, le accarezzò i capelli e le guance, mentre all’improvviso diventò tutto rosso in viso. Lei avvertì una sensazione di disagio, non le piacquero le paroline dolci che le sussurrò in un orecchio. Incominciò ad agitarsi e a divincolarsi, poi scese dalle sue gambe e andò via. Da quel giorno evitò di ritrovarsi da sola con il signor Alfredo.  

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