EDITORIALE – «C’era una volta» è la formula che da sempre ci accompagna verso mondi fantastici, trovando il suo naturale culmine in quel «vissero felici e contenti» che per generazioni ha riempito menti e cuori. Una narrazione in cui l’amore, superate peripezie e situazioni rocambolesche, conduceva gli innamorati verso un imprescindibile destino rosa — o celeste, come quel principe azzurro pronto a salvare la sua amata.
Oggi, però, il principe si è tolto il mantello. La principessa non indossa più le scarpette di cristallo, ma un paio di Birkenstock, e in testa non sfoggia una corona, bensì una coda ingellata.
Questo cambio di costume non è una semplice nota di colore: è il segno tangibile che le generazioni cambiano, si evolvono, e con esse devono inevitabilmente trasformarsi anche i linguaggi e i modi di veicolare certi insegnamenti. I ragazzi di oggi possiedono una mente iper-stimolata, rapida, abituata a ritmi serrati e reattivi; sono generazioni poco inclini a concedere il proprio tempo e la propria attenzione a questioni che percepiscono astratte, polverose o lontane dal loro vissuto.
Ecco perché è non solo giusto, ma necessario che la società si prenda la responsabilità di questa trasformazione valoriale e cerchi di porvi rimedio con strumenti adeguati. Sia chiaro: fornire nozioni scientifiche e strumenti tecnici attraverso l’educazione sessuale è un passo fondamentale. È inevitabile che sentire certe parole pronunciate ad alta voce in un’aula scateni qualche risatina tra i banchi. Ma proprio quelle risatine, nella loro ingenua semplicità, non sono un ostacolo: sono la testimonianza visibile di un terreno ancora fertile, uno spazio in cui si può e si deve seminare. Indicano che le informazioni in loro possesso sono spesso ancora sommarie, frammentarie e, proprio per questo, indirizzabili verso nozioni più certe e consapevoli.
Tuttavia, il vero nodo è un altro: la conoscenza pura serve a capire la realtà, ma la teoria da sola non basta. Per agganciare l’interesse di menti così sveglie e al contempo disilluse, occorre costruire un ponte solido tra il sapere e il vivere, tra ciò che si apprende a lezione e ciò che si prova ogni giorno.
Un percorso educativo ha senso solo se non resta congelato sulla carta o ridotto a mero nozionismo. Proprio come avviene per le materie umanistiche — la filosofia su tutte —, l’educazione all’affettività deve funzionare da palestra per il pensiero critico e l’autoriflessione. Non si tratta di far mandare a memoria regole di condotta o precetti morali, ma di stimolare una consapevolezza profonda: penso, dunque sono; intendo, dunque vivo.
Come spiegare altrimenti che il rifiuto non è un fallimento, ma uno spunto di crescita personale che non segna la fine di nulla? Come far comprendere che le istanze dell’altro contano tanto quanto le nostre, che il suo sentire può differire dal mio senza che nessuno dei due stia sbagliando, e che l’empatia è una forma d’amore enorme perché ci riempie dell’altro senza toglierci nulla?
Da qualche parte bisogna pur partire per ricostruire e restituire alle nuove generazioni degli ideali su cui investire e credere. Ma questo processo non può avvenire solo al chiuso di un’aula.
Soprattutto, è nella comunità degli adulti che i ragazzi devono rivedere applicati quei principi, imparandoli per imprinting e per esempio diretto. Una regola è valida solo nella misura in cui è condivisa da tutti: per interiorizzare un comportamento occorre che diventi prassi comune, perché alle parole devono sempre seguire i fatti. Se celebriamo la «giornata della gentilezza» e poi dimentichiamo di dire buongiorno al mattino, abbiamo solo acquisito una nozione sterile, senza averne compreso il senso profondo.
In termini psicologici, la spinta pulsionale dell’Es non va semplicemente repressa da un Super-Io censorio o da una norma scolastica calata dall’alto, ma va rielaborata e indirizzata in maniera fisiologica dall’Io, affinché sia effettivamente integrata nella personalità. Finché la risposta delle istituzioni si limiterà a progetti isolati e a una stanca retorica di superficie, continueremo a somministrare la didattica del «volemose bene», dimenticando che l’educazione al sentimento non si insegna sul registro: si vive sul campo.










































