Per me le giornate estive rappresentano un “tuffo” nel passato, mi riportano alla mente le lunghe estati di vari anni fa…

EDITORIALE – Il mio ricordo va ai suoni, ai profumi, ai colori che trasmettevano sensazioni forti ed uniche…! Come dimenticare il frinire delle cicale durante il giorno, era quasi una nenia che conciliava il dolce torpore pomeridiano, o il canto del grillo nelle lunghe e piacevoli serate trascorse all’aperto alla ricerca della sospirata frescura!?

E le lucciole, che fine hanno fatto? Era uno spettacolo vederle brillare nel buio della notte, a quei tempi ancora profondo anche nei centri abitati…! Nella mia fantasia di bambina le paragonavo alle stelle, che immaginavo piccole così come le vedevo…!

Ricordo, poi, grandi distese di campi di grano, punteggiate, qua e là, da papaveri e fiordalisi….e tramonti meravigliosi…!

Nei lunghi pomeriggi estivi si creava nei vicoli un clima di allegria e di condivisione  fino a tarda sera. Davanti all’ingresso delle case: donne di varie età sedute, intente a lavorare a maglia, a ricamare e a conversare piacevolmente. E poi, quanti bambini!

Il mio vicolo, sempre rumoroso e animato da voci e suoni, era il posto ideale per giocare a nascondino. Ricordo un casolare diroccato e disabitato: era il posto migliore per cercare il nostro nascondiglio, contravvenendo ai divieti dei genitori, che temevano il rischio improvviso di qualche crollo. Ma quel posto, per noi bambini, era il “frutto proibito”, ci attraeva moltissimo! Prendevamo accordi per poterci andare, eludendo la sorveglianza degli adulti, specialmente quando volevamo isolarci per parlare indisturbati e organizzare qualche marachella.

Il vicolo si apriva in un grande spiazzo verde, chiamato San Vito, dove davamo libero sfogo alla nostra prorompente vitalità. Situato al centro del paese, era un luogo di ritrovo di numerosi bambini provenienti da altri rioni.

Al centro dello spiazzo vi era il palazzo Pittella, da qualche anno demolito, con annesso un orto pieno di alberi da frutto, che erano la nostra attrazione. Usavamo varie strategie per prendere i frutti più lontani dal recinto di filo spinato: usavamo dei bastoni per abbassare e avvicinare i rami più distanti oppure innalzavamo, sollevandolo e sostenendolo, il compagno più esile e agile.

Pur essendo vicini al mare, pochi potevano permettersi la vacanza nelle località di Maratea o di Praia. Quando l’afa toglieva il respiro, gli adolescenti maschi si recavano lungo le sponde del torrente Gaglione per assaporare il piacere del bagno nelle sue fresche acque. Mio fratello prendeva accordi segreti con i suoi amici la sera precedente: i genitori proibivano categoricamente questo loro passatempo!

Erano giovanotti vivaci ed esuberanti, che amavano i divertimenti e le trasgressioni propri dell’età dell’incoscienza e della spensieratezza. Non mancavano le sgridate e i castighi da parte dei genitori. I metodi educativi erano molto severi: al dialogo si preferivano le punizioni fisiche.

L’estate per noi bambini rappresentava un periodo di libertà e di gioia nell’esprimere la nostra voglia di muoverci, di giocare all’aria aperta, di confrontarci con i nostri coetanei, a volte anche in maniera conflittuale che, tuttavia, ci permetteva di riconoscere i nostri limiti, di crescere e di maturare. 

Il caldo dell’estate comportava un problema: la conservazione degli alimenti. Era fondamentale possedere in casa la cantina o la dispensa, un vano con una piccola finestra esposto a nord. Alcune famiglie possedevano la ghiacciaia: un buco nel terreno scavato in un luogo fresco dove, l’inverno, veniva pressata la neve. Le basse temperature la trasformavano in ghiaccio, che, coperto con fascine, durava fino all’inverno successivo. 

Ricordo, al centro del paese, un piccolo locale dove, in estate, si faceva il “gelato”.

Provenienti dal monte Sirino, arrivavano dei grossi pezzi di ghiaccio trasportati in grossi cesti appesi al basto di un asino.

Il ghiaccio, ricoperto e custodito in un posto fresco, veniva scheggiato con uno scalpello e ridotto in piccoli pezzi. Si aggiungevano zucchero, succhi di limone e di arance, o caffè. Più che un gelato era una granita.

Per noi bambini rappresentava il massimo delle delizie. Ne avremmo mangiato tanto e tutti i giorni, ma non si poteva, perché il gelato aveva un costo!

Un’usanza comune ai due rioni era quella di portare verso sera grossi meloni al lavatoio e di posizionarli sotto l’acqua corrente. A tarda sera, dopo cena, il lavatoio si animava di voci e di risate: amici e parenti condividevano il piacere di tagliare a fette il melone e di gustarlo, chiacchierando, al fresco della notte. Erano questi momenti di svago e di spensieratezza, dopo una giornata di duro lavoro. 

Si tornava a casa percorrendo strade e vicoletti immersi nel buio, illuminati dalla luce della luna e delle stelle.

Dopo i ritmi frenetici ed intensi del giorno, i numerosi e gravosi impegni quotidiani, il caldo…finalmente arrivava il meritato riposo, il tempo del silenzio, della pace interiore, di quella solitudine che permetteva ad ognuno di ritrovarsi, con pensieri, meditazioni e riflessioni esclusivamente propri e rigeneranti. 

Solo dopo una pausa di questo tipo e con l’aria fresca della notte si poteva finalmente dormire! 

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