‘Per una democrazia senza aggettivi’

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO la riflessione sulla democrazia e sulla sua stretta attualità inviataci da Nicola Zaccara

LAURIA (PZ) – Si stanno moltiplicando le occasioni in cui si discute di forme della democrazia, tra rappresentativa, deliberativa, diretta, partecipativa. Come una coperta corta viene tirata di qua e di là per adattarla a ciò che si vuole avvalorare, al di là delle definizioni.

Alla luce anche di quanto accaduto al Congresso Americano, e di quanto sta accadendo con questa crisi di governo, che altro non è se non l’esito di mesi di difficoltà delle istituzioni, dopo anni di difficoltà dei partiti, mi sono ricordato di aver scritto qualcosa, prima della pandemia, per un intervento richiesto, sulla democrazia deliberativa, da una associazione di ragazzi impegnati, cattolici, per completezza ma poco conta. Ne estraggo una parte, senza rimaneggiare, quindi risente della natura del suo originario destinatario, e senza commentare. Credo, e spero, che a quanti sia caro il tema del ruolo dei partiti, scadente anche in questa crisi di governo, possa riaccendere la voglia di una profonda, e necessaria, riflessione.

“La soluzione si trascina…il problema, una volta posto, deve essere risolto..”

“Come si può deliberare senza conoscere?”

Queste le riconoscibili parole di Luigi Einaudi.

Parto da qui perché credo che la risposta, e la soluzione, a questo interrogativo, nota e famosa, guiderà nel cercare di porre una riflessione che leghi la democrazia deliberativa, il suo illustre passato classico, il suo oblio, il suo ritorno, e la democrazia rappresentativa, con il suo attuale momento basso.

Ancor prima, però, si impone la domanda principe.

La Democrazia esiste?

Cercare di rispondere con completezza, ed in questa sede, sarebbe solo arroganza. Ma basta ricordare che ad Atene, a cui guardiamo ogni qualvolta parliamo di democrazia, erano circa 30.000 i partecipanti al “processo politico”, su una popolazione di circa 300.000, in più tutti adulti maschi.

Quindi quale demos?

E qui possiamo ricordare le varie conquiste nel tempo: il suffragio universale, il voto femminile, l’età dell’elettorato attivo e passivo.

 E poi, quale kratos?

Cioè quali strumenti veramente a disposizione, e quale capacità di chi ha strumenti a metterli a disposizione di chi non ce li ha, perché nessuno resti indietro. Questo a favore della partecipazione di tutti, e quindi del concetto stesso di democrazia, e della sua più ampia compiutezza.

Perché la democrazia è anche un processo, una aspirazione, una potenzialità. Accontentarsi, fermarsi prima, quando invece si ha consapevolezza, e visione, che esisterebbe un livello ancor “più democratico”, è già non democrazia.

Nonostante tutto, senza mai abbassare la guardia, questa prima domanda ce la portiamo ormai per risolta, pur non nella sua assolutezza.

Allora arriviamo a : quale forma di democrazia?

Non sto qui a riprendere concetti già dati nelle letture suggerite, o nella letteratura politica.

Riportiamo intanto la risposta di Einaudi: “impossibile deliberare senza conoscere”.

“Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”. Egli disse.

Mi viene quasi naturale sostenere che questo sostanzi la democrazia deliberativa, e quanto potrebbe ridare dignità a quella rappresentativa.

Nella deliberation , la discussione fondata su argomenti, si gioca il successo, quasi un concetto cacofonico, della democrazia deliberativa, detta anche dialogico-deliberativa.

E dia logos (attraverso-discorso) ci dice appunto che è un processo.

Le tappe da percorrere, perché sia un viaggio di successo, sono conoscere, discutere, deliberare.

E questo da parte, e con l’impegno, di tutti gli attori.

Ovviamente, in ogni epoca, un concetto non è mai avulso dalla sensibilità diffusa, o dalla opportunità, e non è al riparo da eventuali abusi o storture.

La sensibilità diffusa, oggi, ci fa capire che il principio della sussidiarietà, presente anche in Costituzione, da un lato agevola e dall’altro pretende forme di democrazia deliberativa, partecipata.

Una amministrazione condivisa, così come un patto di collaborazione, passano spesso attraverso questo strumento.

Ovviamente più è vasta la scala di intervento meno diventa agevole, più ha bisogno di procedure codificate.

A cascata si supera il concetto di bene privato (solo mio) e di bene pubblico (di tutti, cioè di nessuno) e si arriva al concetto di Bene Comune, cioè nostro. Poco importa se pubblico o privato, ne dibattiamo, e deliberando, ce ne prendiamo cura.

Dicevo, però, mi sta particolarmente a cuore capire se, con la stessa risposta di Einaudi si possa ridare dignità alla democrazia rappresentativa.

La mia risposta è affermativa. Ma non perché essa abbia bisogno, nei luoghi deputati, di questo suggerimento. Si presuppone, anche se non sempre a ragione ma qui ci tocca darlo per scontato, che in certe assemblee, prima di deliberare, si conosca e si discuta.

Piuttosto perché non possiamo, e non dovremmo, esonerare la fase di formazione del consenso, anche elettorale, dalla stessa procedura di democrazia deliberativa.

E’ l’indebolimento dei corpi intermedi e la scomparsa dei luoghi della partecipazione, anche interessata o di parte, cha ha snaturato la democrazia rappresentativa. Trasformato la sua forza, cioè la fiducia fondata su una preventiva deliberazione, che univa persona delegata a rappresentare e progetto politico, o sociale, ad essa affidato. Un progetto non suo, pur nella libertà del mandato, ma bene comune di quanti avevano deliberato, cioè conosciuto e dibattuto. Una delega mirata a mantenere fedeltà a quel progetto, o comunque impegnata ad evidenziare, preventivamente, quanto da rivedere.

Il popolarismo, ad esempio, era un processo di questo tipo. I corpi intermedi, dai partiti alle associazioni, dalle parrocchie ai sindacati, raccoglievano le istanze, dibattute nei territori, le ri-componevano, le portavano nelle opportune sedi, dove si ridiscutevano, e nel processo di ritorno si andava di nuovo nei territori, fisici e sociali, a dare conto. Confonderlo con il populismo è blasfemia.

Riferendoci al mondo della politica, potremmo ricordare vari passaggi che hanno svuotato tale meccanismo.

Militanti ed aderenti sempre meno interessati al dibattito, disillusi, e partiti sempre più verticistici ed oligarchici, leggi elettorali per cui la candidatura si conquista in direzione di segreteria e non in sezione, sono alcune delle cause. Oltre alla questione delle risorse. Perché la partecipazione ha un costo. Abbiamo creato un sistema in cui un partito non riesce a pagare la bolletta della luce di una sezione di provincia ma una fondazione, non di partito ma di un qualsiasi capo-corrente o leader, o addirittura società private, raccolgono milioni di euro, per campagne elettorali personalistiche e personalizzate. E questo alimenta il circuito di progressivo impoverimento delle strutture collegiali.

E qui, avendo parlato di mezzi realmente a disposizione, ed in relazione a questi, si impone ancora la domanda: esiste la democrazia?

La mia risposta è sempre si, esiste. Perché la democrazia non è un concetto utopico, un ideal tipo, una astrazione. La democrazia è il massimo che possiamo ottenere, di democratico, da un sistema, in quel momento, con quei mezzi. A patto che non ci fermiamo prima di quel massimo possibile, che appunto non è utopico ma reale, proprio perché possibile nella situazione data. Il resto è un livellamento al ribasso, pericoloso, verso forme apparenti e incapaci di evolversi. Un confine confuso tra democrazia e demagogia.

E la democrazia diventa deliberativa quando è il massimo che possiamo ottenere da noi stessi per noi stessi. Come singoli e come collettività. 

Come?

Conoscendo (impegno), discutendo (dialogo), deliberando (condivisione).

Se ci siamo impegnati a seguire tutti i passaggi del percorso, con l’onere di concorrere alla formulazione, senza arrogarci il diritto di incidere solo sul risultato di questo, guadagnandoci il diritto di critica, allora, solo allora, una buona democrazia deliberativa, nei processi intermedi di decisione, può dare una buona democrazia rappresentativa.

Forse arriveremo ad una democrazia senza aggettivi.