EDITORIALE – Chi arriva a Lauria (Pz) per la prima volta rimane incantato dalla bellezza delle sue montagne, del suo verde, delle sue chiese e dei suoi quartieri, particolarmente suggestivi e caratteristici. I centri storici dei due rioni, concentrati intorno alle due chiese madri di San Nicola e di San Giacomo, attualmente languono in uno stato di triste solitudine. Intorno ad essi: gli antichi quartieri Muraccione, Carbonaio, Cafaro, Santa, Cerruto, Pietra Grossa, con case addossate l’una all’altra, divise da strette stradine (sartine) o gradinate in pietra.
La mia mente, spesso, va indietro nel tempo e rivede, in particolare, Piazza Viceconti, al Rione Superiore, un tempo centro pulsante e attivo della nostra comunità, con le sue numerose botteghe artigianali. A distanza di tanti anni ho ancora nitido il ricordo di Berardo Cozzi (vinaio), Prospero Forestieri e Carlo Fortino (calzolai), i fratelli Peppino e Gennarino Sarno (il primo vendeva scarpe, l’altro frutta e verdura), le sorelle Lucia e Remigia Sarno (avevano un negozio di merceria), Antonio e Gildo Papaleo (avevano entrambi un negozio di ferramenta), i fratelli Peppino e Feluccio Sarubbi (il primo vendeva tessuti e l’altro tabacchi e merci varie), i fratelli Fioravante e Rizieri Ferrante (rispettivamente parrucchiere per signora e barbiere), Peppino Chiacchio (gestiva un negozio di alimentari e una pompa di benzina), Vincenzo Ielpo, chiamato “Culizzu”, (aveva un negozio di elettrodomestici). E poi, come dimenticare il “Gelobar”? Oggi al suo posto c’è il bar “Pausa”. Nello spazio antistante, arredato con tavolini e sedie, si alternavano, dal mattino alla sera tarda, persone di ogni età, specialmente nel periodo estivo. La piazza si riempiva di voci, di risate, di battute divertenti…di vita!
Riporto il sonetto, in dialetto e in italiano, che l’amico Pino Papa, con la sua impareggiabile penna e il suo estro poetico, ha scritto in ricordo di uno dei negozianti di Piazza Viceconti: il mitico Berardo Cozzi.
Vócca e ucchi chjinë
“Ngë saglìa pë lë scalë du: Mmardụ
pë ssì nda: chiazza: ddà ng’èra a putìa
i nu bbanòmụ cu nu bbèllụ lardụ
ca pëpparèddë nịvụrë vënnìa.
Lë dava dècë lirë e ssu Bbërardụ
nu sacchëtiddụ iangụ më (g)ịgnìa;
pu nda: villa më stava fin’a ttardụ
e nnun turnava së nun lë scụgnìa.
A qquiddë timbë (g)èrụ nu vagnụnụ
e ng’èrënụ ndu: mónnụ atë sapórë …
E mm’abbastava pòcụ pë ndartinụ :
pụrë accattà nu tròzzólabbangụnụ
dava a qquịddë iurnatë lë culórë
ca pë ttand’annë m’ànụ st’ucchi chjinụ.”
Bocca e occhi pieni
“Ci salivo per le scale del Mardo
per uscire in piazza: lì c’era il negozio
di un uomo molto in carne
che vendeva piccole pipe nere di liquirizia.
Gli davo dieci lire e quel Berardo
mi riempiva un sacchettino bianco;
poi restavo in villa fino a tardi
e non tornavo se non le finivo.
A quei tempi ero un bambino
e nel mondo c’erano altri sapori …
E come intrattenimento mi bastava poco:
anche comprare un oggetto inesistente
dava a quelle giornate i colori
che per tanti anni hanno riempito questi occhi.”
Ricordi, nostalgie e speranze…
Sarebbe una gioia grande rivedere questa piazza, ora malinconicamente silenziosa, tornare a rivivere, promuovendo nuove attività in linea con la realtà odierna, che rispondano alle esigenze del nostro tempo.









































