#PilloleDiSport – 10 maggio 1987, il Napoli conquista il primo Scudetto della sua Storia, nel segno di Diego Armando Maradona

Quella domenica, il 10 maggio del 1987, era la festa della mamma. Una città intera, già dalle prime ore del mattino, si preparava al più grande trionfo mai vissuto. Napoli è una città passionale, di cuore, o – come scrive Maurizio De Giovanni “rappresenta l’ennesima natura del sublime”. Quella domenica, una città intera era pronta ad entrare nella storia del calcio, grazie alla sua squadra. Napoli campione d’Italia. Napoli vincitore dello Scudetto. Per la prima volta nella sua vita, dopo anni di sofferenze, di gioie mancate, di troppe delusioni e sconfitte, di illusioni e dispiaceri. Quella domenica, nella sfida contro la Fiorentina, al Napoli di Diego Armando Maradona, bastava un solo punto per la matematica vittoria del Tricolore. Quando Carnevale segnò il gol per i suoi, uno stadio San Paolo stracolmo di tifosi fino all’inverosimile scoppiò in un urlo di gioia pazzesca. Per la cronaca, la partita poi terminò col punteggio di 1-1. Era fatta.

Ore 17.47. L’orario dell’inizio della Storia. Napoli si riversò per strada. Una festa incontenibile. Fantastica. Superlativa. Ma non solo in città. Fu il tricolore di un popolo sparso nel mondo, innamorato delle proprie origini, della terra amata. Quella terra nel destino di Maradona, il Pibe de Oro, l’indolo indiscusso dei napoletani. Non dobbiamo certo raccontare qui la storia di Diego. Ma è giusto sottolineare come Napoli costruì il suo trionfo. In quegli anni, dopo l’approdo in Campania dell’argentino nel 1984, il presidente del club Corrado Ferlaino mise mano al portafoglio e costruì intorno al fuoriclasse sudamericano una squadra altamente competitiva per sfidare gli squadroni del nord. Diego era un campione già affermato: prima trascinò la sua Nazionale alla conquista del Mondiale messicano (1986), poi dedicò le sue forze al Napoli, negli anni dell’oblio della Juve di Platini e dell’inizio della favola e dei successi del Milan targato Berlusconi. Quel Napoli aveva dei nomi e dei cognomi, dei giocatori che saranno ricordati indelebili nella memoria. Erano i tempi in cui le formazioni si sciorinavano a memoria, dall’1 all’11: Garella, Bruscolotti, Ferrara, Ferrario, Renica, Romano, Carnevale, De Napoli, Maradona, Giordano, Careca. Chiaramente, quando si parla di una ricorrenza così unica e speciale, non possono mancare i ricordi, i racconti e gli aneddoti del passato.

Il 10 maggio sarà sempre ricordato come il giorno di Napoli: Napoli è la città del calcio per antonomasia. Si pensi, ad esempio, che Fabio Cannavaro, il figlio di Napoli che il 10 luglio 2006 alzò al cielo la Coppa del Mondo, quel 10 maggio 1987 faceva il raccattapalle al San Paolo. Il famoso film “Quel ragazzo della Curva B” uscì nelle sale nell’inverno precedente, ma appariva già come una premonizione.

Ma ci sono anche i racconti dei tifosi più vicini a noi, quelli che dalla Basilicata hanno fatto crescere la loro passione per i colori azzurri. Scrive il senatore Gianni Pittella, grande tifoso azzurro: “Ho un ricordo da sogno di quel giorno, erano anni che sognavo lo scudetto nonostante fossi giovane. Organizzammo una sfilata che partì dalla contrada rosa di Lauria, dove esisteva un grande club del Napoli presieduto dal professore Guido Floris, e ci unimmo con altri tifosi di altre contrade di Lauria. Fu una cosa inusuale e insolita, per noi che avevamo visto sempre sfilare le bandiere della Juventus, dell’Inter e del Milan”.

Emozionante il ricordo di Pietro Floris, il figlio di Guido presidente del Club Napoli di Lauria: “Ricordo la tensione di quel 10 maggio, il mercoledì precedente 3 ore di fila per riuscire a comprare il biglietto del Settore Distinti insieme a  papà. La mattina partenza alle 10. Arrivati allo stadio c’era già un grande clima di festa. Pranzo a sacco e finalmente si entra allo stadio, a mezzogiorno era già tutto pieno. Festa durante tutta la partita, all’uscita dallo stadio abbracci e lacrime di gioia con tutti. Al rientro verso Lauria, erano quasi le 20, mi fermavo ad ogni area di servizio dove si incrociavano sempre persone in festa. Che emozione, una gioia indescrivibile, unica, irripetibile. Non mi sembrava vero che il Napoli fosse campione d’Italia. Quello che ho provato il 10 maggio 1987 non potrà avere eguali.  Non lo spiegare, posso dire però di averlo vissuto”.

Un tifoso più giovane, Giuseppe Petrocelli (oggi giornalista), celebra così quella giornata: “Ho vaghi ricordi di quel giorno fatidico in cui il Napoli vinse il primo scudetto della sua storia. Mi ricordo di un giocatore riccioluto piccolo e scattante che poi sarebbe divenuto il motivo scatenante della mia passione per i colori azzurri. Il suo nome è Diego Armando Maradona. Poi mi ricordo la folla di ragazzi che gioiva nei collegamenti ai telegiornali alle spalle dello storico cronista sportivo napoletano Luigi Necco. Mi ricordo in tv lo stadio San Paolo pieno come un uovo, striscioni, bandiere, i giocatori in mutande dopo aver gettato ai tifosi le magliette e finanche i calzoncini. Mi ricordo le strade del centro storico di Napoli dipinte di azzurro e di tricolore. Avevo 8 anni e da quel momento iniziai a tifare per il Napoli. Un tifo che da allora non mi ha abbandonato più”.

L’Avvocato Antonio Boccia di Lauria, infine, racconta: “Ero studente universitario al secondo anno di giurisprudenza, a Napoli, la nostra antica capitale. Ricordo che da qualche giorno l’intera metropoli si preparava alla grande festa, per l’imminente vittoria del suo primo scudetto calcistico, per la cavalcata trionfale in classifica di una squadra che, in soli due anni, era diventata invincibile.  Da quando Totonno Juliano aveva portato Diego a Napoli, tutti volevano venire a giocare da noi! A Posillipo, dove vivevo allora, il giovedì erano stati messi nelle strade degli immensi striscioni, uno proprio davanti il collegio Denza. Era stata una cavalcata, perché avevamo vinto quasi sempre… Ed eravamo campioni d’Italia, con una giornata d’anticipo. I commentatori delle radio, infatti, già ci definivano così: a me sembrava così strana, quella espressione, “i campioni d’Italia” che mai fino ad allora era stata associata a noi…”Ora i campioni stanno rientrando negli spogliatoi”. Ricordo anche allora una massa di gente in strada, i bus costretti a fermarsi, il 140 che ci lascia a piazza San Luigi e che apre le porte, perchè impossibilitato a proseguire per la marea di gente che occupa le strade,  ed una massa di gente che contemporaneamente scende verso Chiaia. Mentre la sera cominciava a calare, la città s’illuminò sotto il bagliore e il crepitio dei fuochi di artificio, il fragore ininterrotto di migliaia di trombe e di clacson delle automobili, l’esultanza festosa dei napoletani, tutti uniti ed affratellati dal concretizzarsi di un sogno, vagheggiato e atteso per tantissimi anni. Il sogno si era realizzato soprattutto grazie alle gesta del condottiero della squadra, il mitico centrocampista con la maglia numero 10, Diego Armando Maradona, “el Pibe de oro”. Ricordo come fosse oggi, e quasi mi commuovo, le sirene delle navi nel porto, che suovavano tutte assieme le loro sirene: una cosa bellissima. E pure noi eravamo impazziti di gioia: “Maradona è meglio e Pelè / c’i amm’ fatt’ o mazz’ tant’ p’ l’ave’ “! Risuonava ovunque la celebre filastrocca musicata da qualche musicista buontempone, elevata ad inno cittadino in onore del suo più grande calciatore: il più grande di tutti i tempi. Tutta Napoli era in strada, e non solo: a via Toledo iniziò d’improvviso una sfilata oceanica, ed era impossibile non farsi coinvolgere dall’euforia generale, dall’esultanza e dalla gioia della folla. Vidi, nei giorni che seguirono, cose pittoresche ed incredibili, per certi versi irripetibili: camion che sfrecciavano per le vie della città con i cassoni stipati di tifosi, che saltavano e urlavano senza sosta, e pii carovane di moto con le bandiere azzurre, file di autovetture strombazzanti, alcune delle quali trasformate in decappottabili anche mediante il taglio della parte superiore, e riverniciate di bianco e di azzurro -anch’esse gremite di passeggeri in preda all’euforia- che cantavano e sporgevano acrobaticamente da ogni lato! E ovunque suoni, grida, canti festosi, schiamazzi e risate, pianti di gioia, bandieroni, striscioni, palloncini, copricapi, sciarpe e ogni altro gadget calcistico, sui quali era impresso il logo biancazzurro del Napoli, il volto di Maradona, e il nostro folle emblema calcistico, il “Ciuccio”. Uno spettacolo unico, corale, collettivo, magnifico, che mi allietò (e mi sollevò lo spirito anche dagli studi universitari) che mai più potrò dimenticare. In quei giorni mi sentivo anch’io fiero e appagato, non solo in quanto tifoso, ma anche quale partecipe di quella grande, storica, inarrestabile e coinvolgente euforia”.

Era la prima volta.