È stata una giornata storica per la comunità lauriota e per tutte quelle giunte stamattina presso il santuario diocesano “Beato Domenico Lentini”, dove si è svolto l’incontro-testimonianza con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, uomo “di frontiera” nelle drammatiche vicende che connotano la Terrasanta negli ultimi anni, e in particolare dopo gli eventi del 7 ottobre 2023 e il conseguente inizio della guerra distruttiva a Gaza. Guerra che, occorre ricordarlo, ha assunto i connotati del genocidio del popolo palestinese, così come rilevato dalla commissione indipendente d’inchiesta voluta dall’Onu.

L’intervento del cardinale, persona dal tono pacato ma deciso e dotata di grande persuasione comunicativa, ha lasciato trasparire tutto il peso e la responsabilità del suo ruolo in un contesto – quello arabo-israeliano e del Medioriente tutto – attraversato da una forte recrudescenza dei conflitti, che Pizzaballa ha voluto definire innanzitutto di matrice culturale, in cui le impostazioni ideologiche sono propedeutiche e anche più dannose della conseguente violenza frutto di strategie politiche e militari.
Non è stato un discorso di circostanza il suo, anzi il cardinal Pizzaballa non si è sottratto a fornire una testimonianza ampia e che fosse in grado di cogliere gli aspetti di complessità che l’intera vicenda israelo-palestinese porta con sé. Innanzitutto, ha voluto sottolineare come il post 7 ottobre 2023 abbia cambiato radicalmente il modo di pensare e intervenire anche nel suo magistero, a rappresentanza e tutela di una comunità cristiana sì marginale (circa l’1% dell’intera popolazione di Terrasanta, ancor meno se rapportata alla sola presenza a Gaza) ma oggi ancora più fragile ed esposta agli eventi. È cambiato il modo di pensare, di agire, è cambiato il modo in cui si scelgono le parole da utilizzare, per non provocare reazioni che ormai in quel contesto sembrano fuori controllo. Ed è questa un’attitudine a cui il cardinal Pizzaballa ci ha abituati in questi anni in cui abbiamo imparato a riconoscerne l’importanza e la fondamentale presenza in quel luogo martoriato. Si sa che, pur avendo in altre occasioni definito la situazione nella Striscia di Gaza catastrofica e moralmente inaccettabile, ha sempre mantenuto una posizione prudente sull’uso specifico del termine “genocidio”. Una prudenza che si può interpretare pienamente proprio alla luce di quanto testimoniato oggi, e cioè nel dover costantemente misurare il peso delle parole per non esporre nessuno, in primis l’istituzione e i fedeli che rappresenta, a dinamiche che peggiorerebbero la loro presenza in quella realtà. In cui però vive una società civile trasversale e cosciente, che cerca di costruire proprio con la collaborazione del patriarcato di Gerusalemme percorsi di pace e di dialogo che siano in grado di superare le contrapposizioni politiche e ideologiche che rendono di fatto vano oggigiorno qualsiasi tentativo di riconciliazione.

Ma da insegnante e studioso è un altro il passaggio che ho trovato molto significativo: la testimonianza sull’importanza della scuola come presidio di sopravvivenza per una popolazione ormai allo stremo e in lotta per la sopravvivenza. «Le penne e i quaderni, che qui si buttano, sono merce rara a Gaza», ci ha detto il cardinale. Che ha poi sottolineato l’importanza dello studio della storia e del suo insegnamento, della centralità sociale di chi la insegna e della fondamentale questione del metodo per la formazione di un giudizio critico, di una capacità di discernimento che permetta ai ragazzi, ma non solo, di poter interpretare gli eventi del nostro tempo con la maggiore lucidità e obiettività possibili.
Una lezione che Lauria, e tutti i presenti, ricorderanno per lungo tempo.









































