EDITORIALE – Per disobbedienza civile s’intende una condotta contraria ad una legge e ad una regola considerata dall’autore particolarmente ingiusta al fine di rendere evidente le conseguenze disastrose che l’applicazione del precetto normativo comporta.
In un’Italia martoriata dalla pandemia del Covid-19, pare opportuno porre l’attenzione sull’attività posta in essere dal sistema sanitario Veneto, in particolare nella provincia di Padova, che proprio per non ottemperare appieno le disposizioni ed i protocolli sanitari vigenti sin dall’inizio, risulta al momento, in base ai dati statistici, quella che ha adottato le misure migliori per contrastare l’emergenza sanitaria in atto.
Siamo al 21 febbraio di quest’anno, quando l’Ansa alle ore 00:54 batte la prima agenzia: “Coronavirus, un contagiato in Italia”. È il paziente uno, ha 38 anni ed è ricoverato presso l’Ospedale di Codogno per una polmonite. Uscirà dall’ospedale un mese dopo circa ed ora versa in buone condizioni.
Sempre il 21 Febbraio emergono altri due casi all’ospedale di Vò Euganeo nel padovano e purtroppo uno dei due contagiati muore la stessa sera. Il Governo il 22 Febbraio firma un decreto con il quale i comuni di Codogno e di Vò Euganeo diventano zona rossa, da dove non si può né entrare né uscire, mentre nel frattempo i contagi dentro i due Comuni arrivano a 76.
Pertanto, nei primi giorni dell’epidemia Padova sembrava condannata al disastro, poiché era la seconda provincia d’Italia per numero di contagiati, ricoverati e deceduti.
Un mese e mezzo dopo, la tendenza smentisce quanto potenzialmente prevedibile, dato che la Regione Veneto ha un terzo delle vittime dell’Emilia Romagna, metà del Piemonte e addirittura un ventesimo della Lombardia, mentre all’interno della stessa Regione la Provincia di Padova ha la metà dei deceduti della Provincia di Verona, pur avendo quasi lo stesso numero di casi.
Perché questo? In Veneto ed in provincia di Padova particolarmente, si è deciso di fare i tamponi al maggior numero di persone possibili, in barba a quelle che erano le disposizioni adottate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e delle Circolari e direttive disposte dal Ministero della Salute di concerto con l’Istituto Superiore di Sanità.
Entrambi gli autorevoli istituti, sostanzialmente, sin dall’inizio hanno circoscritto l’uso del tampone ad alcune categorie di persone molto specifiche: i sintomatici, coloro che hanno avutocontatti con persone a rischioo sono stati inpaesi a rischio coronavirus, ed alcune categorie professionali, come medici e infermieri, che per motivi professionali o per specifiche esigenze, sono in contatto con potenziali malati.
Nessun tampone è previsto invece per gli asintomatici. In ottemperanza a tali previsioni in Italia, allo stato attuale, risultano essere stai effettuati quasi 900mila tamponi, di cui poco più di 170mila risultano essere stati fatti in Veneto, che a livello nazionale è la seconda Regione dopo la Lombardia, nonostante sia la quarta per numero di contagiati e deceduti in Italia.
Il quesito che sorge è come mai Il Veneto abbia fatto un numero così elevato di tamponi e come mai abbia un numero di decessi (756) così basso in percentuale rispetto al numero dei contagiati? Solo a Padova ad inizio Aprile risultavano essere stati eseguiti 60mila tamponi, quasi il 7% della media nazionale, in una cittadina di circa 210mila abitanti, pari allo 0.3% dell’intera popolazione italiana.
Il Professor Crisanti, direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Università di Padova, con una lungimiranza notevole, il 15 Gennaio del 2020, addirittura prima che la Cina comunicasse ufficialmente la presenza dell’epidemia nel suo paese, dispose l’acquisto in blocco di prodotti chimici per fare i reagenti per mezzo milione di persone.
Grazie a quella scelta è stato possibile effettuare un notevole numero di tamponi e la Regione governata dal leghista Luca Zaia, in conformità di ciò, ha disposto l’esecuzione dei tamponi a tutte le persone a rischio che per motivi di lavoro o famiglia hanno avuto contatti con le persone contagiate, indipendentemente dal fatto che fossero sintomatiche o meno.
Anche se i numeri dei contagi e, ahimè, dei decessi non si arresta neanche in Veneto, nonostante l’aggiunta delle misure restrittive adottate dal Governo nazionale valide in tutte il paese, i numeri ci dicono chiaramente, a prescindere dall’approvazione scientifica, che dove maggiore è il numero dei tamponi, minore è anche il numero dei decessi.
Se non si può parlare di vera e propria disobbedienza civile, in quanto detta azione non è stata intrapresa per finalità prettamente politiche, chi ha operato in Veneto l’ha fatto a discapito dei protocolli e delle direttive sanitarie nazionali e internazionali, agendo come meglio ha potuto per evitare una tragedia sanitaria, che invece ha interessato la Regione Lombardia ed in particolare le Province di Bergamo e Brescia.
Ed in Basilicata? Anche in rapporto al numero effettivo di abitanti, la Regione a livello nazionale è la penultima per numero di contagiati e di decessi, mentre è terzultima per numero di tamponi eseguiti.
La Task Force Regionale inizialmente ha messo in campo una strategia mirata ad aumento dei reparti di terapia intensiva tale da poter superare anche il numero di 100 posti, utilizzando eventualmente anche il vecchio ospedale di Venosa, oltre ai due nosocomi presenti nelle città di Matera e Potenza.
Tuttavia, in linea con la media nazionale, il 52% dei pazienti ricoverati in rianimazione non resiste al Covid-19, pur non avendo però la Regione, ancora e per fortuna, un numero di contagiati tale da far collassare il sistema sanitario ivi presente.
La stessa Task Force della Regione Basilicata, successivamente, da poco più di una settimana ha attivato le Unità Speciali Covid-19 che si occupano dei monitoraggi dei pazienti contagiati in isolamento domiciliare, composte da sette squadre, ciascuna con un medico e due infermieri, dislocati per ora solo nella Provincia di Potenza, vale a dire nei Comuni di Senise, Lauria, Villa D’Agri, Melfi, Potenza e Venosa.
Grazie a tale unità di crisi i pazienti sono monitorati a distanza ogni giorno, con due contatti telefonici, la mattina e il pomeriggio, ed in base a quello che lo stato di salute dei malati si decide quale terapia intraprendere e se eventualmente sia necessaria la loro ospedalizzazione. Sicuramente questo è già un primo passo ai fini della prevenzione, ma non è ancora sufficiente.
In considerazione del fatto che la Basilicata conti una popolazione effettivamente residente di quasi 500mila persone, ci sono tutte le condizioni che si emuli in parte quanto fatto dalla Regione Veneto, magari eseguendo i tamponi periodicamente a tutto il personale sanitario, compresi anche i dipendenti delle ditte a cui sono stati esternalizzati alcuni servizi, ed a tutte le persone che abbiano avuto contatto con l’accertato paziente Covid-19 nelle 48 ore prima, contestualmente alla sanificazione dei luoghi dove questa abbia trascorso il suo tempo.
E poi, infine, si deve procedere subito a fare i tamponi, appena la persona presenta i sintomi (febbre con temperatura superiore a 37,5°, tosse e dispnea) e non aspettare 4 o 5 giorni, come purtroppo è successo, perché se a questo maledetto virus li dai la mano, non si prende solo il braccio, ma tutta la tua vita.












































