Quando bastavano una ruota e un sogno: il dialetto lauriota racconta i giochi di un tempo

EDITORIALE – Da qualche tempo a questa parte si sta rivalutando il dialetto, da considerare una vera e propria lingua.

 Nella presentazione al libro “Jennu, venennu…buttuni cugliennu…”  scritto da Pina Calcagno, Rita Galietta e la sottoscritta, la prof.ssa Patrizia Del Puente, autrice di A.L.Ba. (Atlante Linguistico della Basilicata), definisce il dialetto patrimonio dell’umanità, bene culturale immateriale, che veicola informazioni complete riguardo al modo di vivere di un popolo; è l’identificazione di esso, è ciò che ci consente di ricostruire, per l’appunto, tutta la sua storia.

Anche il libro citato vuole, tra gli obiettivi di noi autrici, assolvere un’operazione di recupero del nostro passato. L’intento è quello di arricchire le conoscenze di tutti e di contribuire a rafforzare la memoria locale, di fare cosa utile per i più anziani, di incuriosire i giovani e di sollecitare gli studiosi all’approfondimento linguistico e antropologico.

Tra i nostri concittadini, un grande cultore del dialetto lauriota è il prof. Pino Papa. Numerosi i sonetti da lui scritti in dialetto, con la relativa traduzione in italiano, con i quali ha portato alla luce tradizioni, usanze, modi di vivere del passato, tornando al tempo della nostra infanzia e dei nostri genitori.

Nella memoria di Pino è ancora vivo il ricordo dei giochi propri dell’età infantile. I giocattoli comprati erano rari: quei pochi che il bambino riceveva erano considerati preziosi. Spesso erano esposti su mensole o credenze, guardati con ammirazione ed usati con la massima prudenza…guai a romperli!

Tanti i giochi inventati e costruiti da noi bambini. Spesso bastavano un carboncino, delle pietruzze, dei tappi di bottiglia, dei bottoni…ed ecco assicurato il divertimento con il gioco della campana, con il battimuro, con la tappa…

La poesia che segue di Pino Papa, in dialetto e in italiano, è un esempio di un modo di divertirsi di un’infanzia priva di pretese e ricca di inventiva e di creatività.

 Na vòta së iucava nzim’a l’atë

     Fà camënà cu nu zippụ na ròta,

iëttà strụmmụlë da ngap’u: Iardinụ 

e gghiucà a: mazz’u: pivëzụ …  Na vòta 

niššụnụ në putìa fà allëmminụ.

     A vagnụnama nunn_è cch’èra ciòta :

la ggèndë tannụ quiddë iuchë avìnụ.

Arrëvèrënụ lë timbë i n’accòta 

i cuzzë pë nu Ggirụ i tappë chjinụ,

     i cambanë e ccarròzzë nda lë ššịsë,

d’ammụccia ammụccia pë nda lë sartinë,

i ssụtë pë jì nda: villa, ca: spranza 

      i stà cu l’atë zinnë du: paìsë.

E lë vagnụnë i mò, sịrë e mmatinë,

stanụ da sólë, gnụsë nda na stanza …

Una volta si giocava insieme agli altri

     Far correre una ruota con un bastoncino,

gettare trottole dalla sommità di Largo Giardino

e giocare alla lippa … Una volta

nessuno ne poteva fare a meno.

     La gioventù non è che fosse stupida:

le persone allora quei giochi avevano.

Arrivarono i tempi di un insieme

di coperchi per un Giro pieno di tappe,

     di campane e carrozze nelle discese,

di nascondini tra i vicoli,

di uscite per andare nella villa, con la speranza

 di stare con gli altri piccoli del paese.

E i bambini di oggi, nelle sere e nelle mattine,

stanno da soli, chiusi in una stanza …

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