EDITORIALE – Le nostre case, oggi, anche quando i rigori dell’inverno sono al massimo, ci permettono di vivere comodamente in ambienti confortevoli dal punto di vista della temperatura. Nel passato, l’inverno rappresentava un periodo di grandi disagi e sofferenze. In ogni abitazione vi era il camino, che riscaldava un unico ambiente. Nelle stanze si utilizzava il braciere, un contenitore di rame o di ottone, posto su un rialzo di ferro, nel quale si metteva la cenere e, su di essa, i carboni ardenti. Spesso noi bambini non potevamo godere neanche di quel minimo ristoro perché la mamma vi poggiava sopra una cupola formata da strisce di legno intrecciate sulla quale si mettevano ad asciugare i panni.
Il camino era il punto di ritrovo di tutta la famiglia: genitori, figli, quasi sempre numerosi, facevano la ruota intorno al fuoco. Era quello il momento dei racconti da parte dei genitori e dei nonni, di storie vere e fantastiche tramandate dalle generazioni passate, che noi bambini ascoltavamo con grande attenzione, mangiando patate e castagne arrostite sotto la brace o la cenere. La fiamma che ardeva nel camino era in sintonia con il “calore” degli affetti e l’unione di tutti i membri della famiglia. Genitori, figli, fratelli, sorelle e nonni si sentivano accomunati da sentimenti di reciproca comprensione e di amore schietto, genuino, autentico.
In ogni famiglia c’era l’usanza di provvedere, a fine estate, al rifornimento della legna. Si comprava misurandola in canne, una misura standard che permetteva di stabilirne il costo. La mia famiglia ne comprava almeno due canne.
Le sagge parole e il sonetto dell’amico Pino Papa, in dialetto e in italiano, sono una testimonianza di un rito che, a fine estate, ogni famiglia era obbligata a compiere: “Faticoso ma bellissimo il trasporto della legna con i muli e poi con le carriole, così come faticosa era la sistemazione della legna nello scantinato di casa”.
Dụi cannë e mmènza i lịvụna
Nda: còsta (g)a(v)ụta i Sanda Marìa
a lịvụna s’è ffatta pa: vërnata
e (G)angiụlụ i Maròtta à: ccarìàta
cu lë mụlë, a: casa a Lla(g)urìa.
Cu mmiụ fratụ e cc’a:iụtụ i zia Lụcìa
a:mụ trasụta e ddòppụ a:mụ accannata;
Mënëcandòniụ à: ppụrë mësụrata.
Lë zëppónë cchiụ̀ ggrussë mminz’a: vìa
a:mụ misë pëcchị̀ s’ana sbaccà
cu lë cógnë, cu na mazza e n’accétta.
U ca(v)ụ(d)ụ pu: virnụ è assëcuratụ
e nnë putimụ cu: fucụ scarfà,
tërènnụ pu lë vrašë ca: muddétta
pë nnë fà na ffèdda i panë arrušatụ.
Dieci metri cubi di legna
Nel costone alto di Santa Maria
si è tagliata la legna per la prossima invernata
e Angelo dei Marotta l’ha trasportata
con i muli, fino a casa a Lauria.
Con mio fratello e grazie all’aiuto di zia Lucia
l’abbiamo sistemata all’interno e poi l’abbiamo accatastata in ordine;
Domenicantonio l’ha pure misurata.
I ceppi più grandi in mezzo alla strada
li abbiamo sistemati perché si dovranno spaccare
con i cunei, con una mazza e con un’ascia.
Per il prossimo inverno il caldo è assicurato
e ci potremo riscaldare con il fuoco,
tirando poi avanti la brace con le pinze adatte
per poter fare una fetta di pane a bruschetta.
Pino, con una nota di amarezza, conclude: “Tanto lavoro, ma era bello d’inverno sedersi a ruota intorno al fuoco per raccontare storie. Poi è arrivata la televisione, il “nuovo focolare”. Anche lì ci si riuniva. Oggi né fuoco e né televisione, ognuno sta solo con il suo cellulare.”
Immagine da web: Cafiero Filippelli – Prima della cena – Olio su tavola – cm. 24,3×31










































