Razza Democristiana

EDITORIALE – Ho ricevuto dall’amico Antonio Martino ,tricaricese DOC, emigrato da giovane in Emilia a Ferrara,questo significativo e singolare articolo. Una persona straordinaria ma soprattutto scrigno di tanti ricordi perché tutta la sua lunga vita è stata caratterizzata da relazioni umane,politiche,sociali e culturali.Martino fa parte di quella generazione del dopoguerra animata da idee,visioni,orizzonti che è nella storia con l’entusiasmo vivo che non svanisce.

Antonio Martino oggi compie 95 anni e nel fargli gli auguri più cari gli dico grazie per le lezioni di vita indimenticabili che ci da con i suoi scritti e le sue testimonianze.Peppino Molinari Sto per entrare nel 95 anno di vita e so serenamente dove mi porta questa strada. Forse per questo mi piace rivisitare il passato e frugare tra i ricordi che molto disordinatamente ho messo da parte. Il mio carissimo amico Peppino Molinari, animato dalla sua ricca e viva esperienza, sa positivamente quanto la conoscenza del passato – e in particolare la storia della D.C: – possa essere utile e raddrizzare il corso di questo tempo e si sta impegando a spiegarlo.


Ho trovato che Pietro Citati, su Repubblica del 14 giugno 1996, aveva scritto un De profundis della DC, al quale ha immediatamente risposto Gerardo Bianco e qualche giorno dopo, il 19 giugno, sempre su Repubblica, anche Ermanno Gorrieri, il cui articolo riporto di seguito.

Nell’articolo di Pietro Citati, pubblicato il 14 giugno sotto il titolo “Elogio funebre della D.C.”, mi ha sorpreso l’attribuzione ai democristiani del carattere di “razza”, uniforme e specifica. Avrei supposto che qualcosa del genere si potesse dire dei comunisti del primo ventennio postbellico: così seri, così impegnati, così animati da una fede, così standardizzati da farsi riconoscere perfino dalle inflessioni del linguaggio. Da avversario, ne conservo un ricordo ammirato: perché ci credevano.
Al contrario, ridurre a unità quel “melting pot” che sono stati i democristiani, mi pare un’operazione acrobatica, sempre che non sia semplicemente il “divertissement” di un letterato.
La Democrazia cristiana è morta nel 1980: dopo ha vissuto di vani tentativi di contenimento dell’egemonia craxiana. Parliamo dunque di quella di prima.


Già al loro apparire, i democristiani avevano alle spalle esperienze diverse: il Partito popolare, le associazioni cattoliche, i convegni che produssero il Codice di Camaldoli, sovraccarico di quella progettualità che Citati nega. Molti venivamo dalla guerra partigiana, pur con visi molli, avevamo sparato e (purtroppo) ammazzato.
Già dall’esordio, i democristiani sono stati divisi dall’insanabile conflitto fra due idee di partito: il partito dossetttiano del progetto e quello degasperiano della mediazione. Una mediazione che non ha ‘assecondato il movimento con una mano molle e paziente’, come dice Citati, ma che ha buttato fuori dal governo i comunisti padroni della piazza, ha resistito ai duri interventi di Pio XII, ha gestito con fermezza il dopo 2 giugno, quando la monarchia non voleva cedere.
Poi, dal ‘54, è venuto il partito leninista di Fanfani, non solo col suo attivismo frenetico, ma col processo di capillarizzazione che ha portato le sedi delle sezioni fuori dalle parrochhie. Dopo Fanfani, Moro: un uomo dal viso “molle” forse, ma animato da una determinazione -paziente, sì, ma inflessibile- nel perseguire un grande disegno politico; l’allargamento dell’area democratica, con l’apertura ai socialisti e ai comunisti di Berlinguer, nonostante i veti vaticani e le resistenze americane.
Potrei ricordare anche la DC grintosa di Pastore, di Donat Cattin, di Alberto Marcora. Ma mi fermo. So bene che di democristiani ce ne sono stati tanti altri, alcuni forse somiglianti all’immagine che ne dà Citati, ma non tutti riconducibili ad una sola tipologia umana e politica.

A questo punto apro una parentesi. Pur essendo stato un democristiano anomalo, quasi sempre all’opposizione, non vorrei lasciar credere che io condivida la tesi che la radicale trasformazione storica che l’Italia ha registrato nel trentennio postbellico sia avvenuta per forza propria, come se i democristiani non ci fossero stati e non avessero esercitato alcuna influenza. Mi sembra una tesi piuttosto azzardata.
Ciò che, comunque, mi incuriosisce, nell’intervento di Pietro Citati, è l’ardito tentativo di delineare con alcuni colpi di pennello un periodo storico così complesso e una realtà così multiforme come l’arcipelago democristiano. Gli storici, che dovranno sudare per capirci qualcosa, ne trarranno poco giovamento.
Per quanto mi riguarda, confesso che non sono consapevole di aver fatto parte di quella razza: è un mio limite e me ne scuso.

La prosa di Citati produsse una vera profluvie di osservazioni, che in buona parte, ma non posso ricordare in che misura, avevo riassunto e conservato. Ho letto quanto è rimasto e devo dire che mi è rimasta l’impressione che il povero Citati fallì nel suo scopo e riuscì non volendo a fare amare l’odiatissima D.C. Antonio Martino (foto del suo archivio personale)