Referendum, diritti civili e ONU

EDITORIALE – L’Italia è stata condannata, in relazione al Patto sui Diritti Civili e Politici, dal Comitato dei Diritti Umani dell’Onu perché comprime il diritto dei cittadini a partecipare alla vita politica del paese attraverso i referendum e le leggi di iniziativa popolare.


Il provvedimento di condanna, per la verità, è stato emesso già a novembre 2019 e al Governo italiano era stato concesso un termine di sei mesi per adeguare la normativa di riferimento. Siamo oramai agli sgoccioli ma nulla è stato fatto in concreto.

La condanna è imperniata sulle “restrizioni irragionevoli” che intralciano il referendum popolare. Più precisamente, la raccolta firme è resa inutilmente complessa a causa dell’obbligo di autentica delle firme da parte di un pubblico ufficiale che sia presente al momento della sottoscrizione: la legge, però, non garantisce ai promotori la disponibilità di quegli stessi pubblici ufficiali.


Il caso prende le mosse da una denuncia promossa dai radicali Mario Staderini e Michele De Lucia nel lontano 2015. Il problema politico resta di attualità perché é fondata anche sul “mancato intervento delle istituzioni” (Presidenza della Repubblica e del Consiglio, Ministeri dell’Interno e della Giustizia) a cui Staderini e De Lucia si erano rivolti per denunciare l’assenza di autenticatori.


Da sottolineare anche le “inadempienze di molti Comuni” e l’assenza di pubblica informazione sulle campagna referendarie che pure sono stati stigmatizzati dal provvedimento ONU.
La dichiarazione di Staderini è illuminante: “La decisione dell’Onu insegna che la democrazia liberale non è un feticcio, ma deve vivere tramite la concreta uguaglianza nel godimento dei diritti politici. Cosa che in Italia, ora è accertato, non è accaduta”.


Sino ad oggi, però, nonostante Staderini e De Lucia sia siano messi a disposizione del Governo per il rientro nella legalità internazionale, chiedendo le scuse formali e la pubblica conoscenza della decisione anziché il risarcimento in denaro, nessuna azione è stata intrapresa.
A questo proposito, Filomena Gallo e Marco Cappato, Segretario e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, hanno inviato il 20 maggio scorso una lettera al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella quale tra l’altro scrivono: “Ora per Lei si presenta l’occasione di rimediare a quelle vere e proprie discriminazioni ancora in vigore nel nostro ordinamento contro i cittadini che vogliano esercitare i propri diritti.

Le misure da prendere non sono complesse, e sarebbero tra l’altro più che coerenti con gli interventi di emergenza messi in atto in queste settimane, perché favorirebbero la possibilità di attivare la democrazia anche a distanza. Spero che voglia dunque considerare la condanna del nostro Paese da parte dell’ONU non come un fastidio o una vergogna da nascondere, ma come un’opportunità storica per combinare il rientro dell’Italia nella legalità internazionale e il rinnovamento della nostra democrazia e delle nostre istituzioni.

Come richiesto dal Comitato diritti umani, innanzitutto occorre -da subito-una modifica del sistema di raccolta delle firme referendarie, superando l’anacronistico obbligo del pubblico ufficiale e consentendo forme di sottoscrizione online, per poi arrivare a una revisione complessiva della procedura referendaria disciplinata dalla legge 352 del 1970”.


Da anni l’Associazione Luca Coscioni chiede, tramite il suo Presidente Marco Gentili, l’introduzione della sottoscrizione anche per via telematica perché -oltre a consentire di non sospendere i diritti politici in periodi come questo- è lo strumento indispensabile per molte persone che vivono condizioni di disabilità per esercitare i loro diritti.