EDITORIALE – Il giovedì santo veniva esposto Gesù Sacramentato nel Sepolcro e cominciava l’adorazione che si protraeva fino al venerdì. Si celebrava la “messa strazzata”, durante la quale il sacerdote eseguiva la lavanda dei piedi.
A gruppi i parrocchiani si recavano nelle chiese di San Nicola, di San Giacomo e del convento dei Cappuccini per adorare la croce esposta nel Sepolcro, allestito in un angolo della chiesa e adornato con drappi di seta e di velluto, con tappeti e tante piantine di grano.
Per noi bambini la visita ai Sepolcri era un’occasione di svago e di divertimento, ma i genitori ci obbligavano a camminare in silenzio, dicendo: “Dobbiamo essere tristi, perché è morto Gesù!”.

Durante la settimana santa i crocifissi e le statue in chiesa venivano coperti con un panno viola, si toglievano le tovaglie e i fiori dagli altari.
Dal giovedì a sabato le campane tacevano: il loro suono era sostituito da quello della troccola, un arnese formato da piccoli pezzi di legno che, strisciando, producevano un caratteristico suono. Il sabato, alle undici, le campane suonavano a festa, annunciando la Resurrezione di Gesù.

E’ molto vivo nella mia mente il ricordo di un Sabato Santo. Stavo tornando a casa con nonna Luigia quando sentimmo all’improvviso il suono festante delle campane. Nonna mi prese per mano e mi obbligò a inginocchiarmi per terra, a piegare la testa fra le ginocchia e a pregare. Era questo un rito religioso che tutti adempivano rigorosamente, in qualsiasi posto capitava di trovarsi. Al momento di preghiera e di raccoglimento, mentre le campane continuavano a suonare a distesa, seguiva lo scambio degli auguri.
La mattina della domenica di Pasqua era usanza fare una grande frittata con salame e formaggio fresco, che si offriva anche alle persone che venivano a casa per fare gli auguri. Era una frittata speciale, tanto che esiste il detto “a frittata ca si fa a matina i pasca nun si fa cchiù pi tutto l’anno”.
Le famiglie si recavano in chiesa per la messa solenne. Seguiva il pranzo pasquale, a base di ravioli fatti con la ricotta fresca di montagna, capretto con patate, insalata dell’orto e salami. Non mancavano mai i dolci: fritture varie, picciddato, pane di mascula (pane a forma di bambola che si regalava alle bambine). Si beveva il buon vino dell’ultima vendemmia.
A fine pranzo, noi bambini ricevevamo il tanto atteso uovo di cioccolato, al latte o fondente. Ricordo l’attesa trepidante per la scoperta della sorpresa e il broncio e la delusione quando avremmo gradito di più il giochino trovato dai fratelli e dai cugini. Ci consolavamo mangiando l’ottima sfoglia di cioccolato.
La sera si girava per le strade del paese, suonando l’organetto e cantando canzoni popolari.
Il mattino seguente, giorno di Pasquetta, si trascorreva una giornata all’aperto.
Ci recavamo in un grande spiazzo verde, chiamato Cerse dello speziale, l’attuale via Rocco Scotellaro, ricco di vegetazione e di alberi secolari che donavano una piacevole ombra. Le mamme stendevano una tovaglia sull’erba e vi poggiavano varie pietanze, compresi gli avanzi del giorno di Pasqua.

Si mangiava e si conversava in allegria fino al tramonto del sole. Per noi bambini era una giornata da vivere in completa libertà: ci divertivamo a correre, a giocare a nascondino, a fare capriole, a ridere e a scherzare.
La sera, al ritorno a casa, crollavamo per la stanchezza, cadendo in un sonno profondo.
Oggi si sono conservate alcune usanze, i riti delle funzioni religiose, ma forse mancano la genuinità, la fede autentica, l’entusiasmo e quella gioia di sentirsi membri di una comunità che s’identifica con il proprio passato, facendo tesoro di quei valori che appartengono alle nostre radici e alla nostra storia.










































