Rivello, quando l’accoglienza diventa casa: la storia di Abul


EDITORIALE – Abul Hasrat viene dal Bangladesh. È giovanissimo. Ha appena 21 anni. Eppure sul suo volto si legge la maturità di chi ha già affrontato tante esperienze, alcune forse anche più grandi di lui. Certamente difficili. Probabilmente dolorose. Ha un sorriso che esprime insieme dolcezza e rispetto. Saluta tutti poggiando la mano sul cuore. Ripete incessantemente la parola “grazie”. Lo osservo e mi dico che forse dovremmo essere noi a ringraziare lui per la profonda lezione di vita che, in un freddo 26 marzo del 2026, inconsapevolmente, impartisce ai tanti presenti che affollano la Sala Consiliare del comune di Rivello. Amministratori, cittadini, educatori e psicologi rivellesi si sono riuniti per applaudire Abul che sta per ottenere la cittadinanza onoraria dal sindaco. Insieme a lui ci sono i tanti ragazzi del progetto “Integr-ARCI MSNA, minori stranieri non accompagnati” che, come Abul, appena adolescenti, sono arrivati a Rivello e sono stati accolti nella casa di via Pietà, nel cuore del centro storico del paese, e grazie alla guida e al supporto dei professionisti che lavorano con l’associazione, hanno imparato l’italiano, si sono iscritti a scuola e hanno iniziato a lavorare.
Io, che abito a pochi passi da loro, li vedo ogni giorno. Anzi, spesso, sento le loro voci ancor prima di scrutare i loro volti. Li sento ridere, scherzare tra loro. E mi trasmettono allegria. Hanno sul viso un’espressione perennemente serena. Vuol dire che il lavoro svolto da ARCI è impeccabile. Vuol dire che, nonostante si siano trovati catapultati in un paese completamente estraneo, nonostante si siano dovuti interfacciare con un ambiente culturale e linguistico totalmente differente dal loro, nonostante siano stati bruscamente separati dai propri affetti, hanno trovato nuovi punti di riferimento che gli hanno permesso di intraprendere un rinnovato percorso di vita. Difficile. Pauroso. Diverso. Eppure, migliore.
E così Abul si è iscritto all’istituto alberghiero di Maratea. Ha conseguito il diploma. Ha trovato un lavoro nel campo della ristorazione. Ha preso la patente. Raggiunta la maggiore età, ha deciso di restare a Rivello. Farlo diventare un concittadino dei rivellesi è stato un atto carico di significato. Inclusivo. Civico e civile. Ma, soprattutto, necessario.
La cittadinanza onoraria è stata conferita ad Abul Hasrat nel corso del consiglio comunale, a dare valore e valenza istituzionale ad un’occasione di grande forza non solo sociale, ma anche politica.
A tal proposito, dopo le motivazioni della scelta, articolate dal sindaco Francesco Altieri, ha preso la parola l’onorevole Roberto Speranza, che ha presenziato all’occasione, riconfermando le sue origini legate al borgo di Rivello dove il padre, Michele, ha ricoperto negli anni ’70, la carica di primo cittadino.
“Questo momento rappresenta una luce in mezzo al buio che, ultimamente, vedo intorno” – ha detto Speranza nel suo intervento – “ogni giorno, dai telegiornali, arrivano notizie drammatiche. Le guerre sono diventate la quotidianità. Ho paura che i miei figli si abituino a questo buio. Li osservo preoccupato. Temo che un giorno i nostri giovani arrivino a pensare che bombardare un ospedale o bombardare una scuola sia la normalità e non una straordinaria
e inaccettabile anomalia. Oggi, qui a Rivello, state provando ad affermare, con tutta la forza che avete, un concetto semplice ma potentissimo: che siamo tutti esseri umani, e che abbiamo tutti diritto a vivere una vita fatta di benessere, di possibilità e di opportunità. Ogni volta che c’è un conflitto questa lezione viene meno, evapora, scompare. A Rivello, in un tempo di conflitti, dove l’uomo è accartocciato in guerre infinite, voi rivellesi, che siete una piccola comunità, state dando dimostrazione di coraggio. Una società è più forte non se combatte ma se costruisce ponti, dialogo, integrazione; se tiene insieme le persone”.
Roberto Speranza ha personalmente ringraziato i dirigenti dell’ARCI che quotidianamente svolgono un lavoro importante per consentire inclusione, accoglienza ed emancipazione e che, attraverso i loro progetti, forniscono strumenti, dimensioni e risposte possibili.
Ciccio Cirigliano, coordinatore del progetto ARCI, ha parlato di fiducia: “accogliere è un lavoro di dare-avere, di reciprocità. Noi proviamo a dare ai ragazzi che vengono qui un aiuto e un futuro. Ma è altrettanto grande ciò che loro restituiscono a noi”.
Anche Abul ha richiamato lo stesso tema quando, visibilmente emozionato, ha preso la parola:
«Grazie a voi tutti per la fiducia che mi avete dato. Per me è un onore», ha detto. E in cuor mio penso che, in fondo, sia stato lui il primo a fidarsi: di un paese nuovo, di gente estranea, di volti sconosciuti. A fidarsi di una comunità che, anche ieri, ha saputo dimostrare di essere davvero tale. Perché accogliere non è solo aprire una porta, ma restare. E Rivello ha scelto di restare dalla parte giusta.

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