Roberto Burioni: ‘Ecco come funzionano i test per identificare il Covid-19’

MILANO – Il Dottor Roberto Burioni ha spiegato ieri sera nel corso della puntata domenicale di Che Tempo Che Fa, quali sono gli esami più utili per identificare chi è a rischio di trasmettere il SARS-CoV-2: sierologici, tampone o test rapidi?

Un nuovo studio tedesco dà risultati confortanti.

I test sono molto importanti perché, oramai lo sappiamo, il coronavirus può essere diffuso anche da persone che non hanno i sintomi, o che non hanno ancora i sintomi. Dunque, l’utilità principale del test in questo momento è quello di identificare le persone che possono trasmettere l’infezione per isolarle e isolare i loro contatti.

Per questo scopo, i test sierologici sono inutili. Dimostrano la presenza di anticorpi nel sangue, che sono il segno di un’infezione avvenuta nel passato. Se il test sierologico è positivo il paziente può essere non infettivo perché gli anticorpi possono essere dovuti a una infezione lontana nel tempo e già risolta; se il test è negativo il paziente può essere nel momento iniziale della malattia (quello in cui la contagiosità è massima) quando gli anticorpi non sono stati ancora prodotti, ed essere in grado di infettare gli altri. In altre parole, il test sierologico per capire chi è infettivo e isolarlo non serve a molto.

Il tampone

Per valutare l’infettività degli individui il test principalmente usato è il tampone. In realtà si tratta di un esame molecolare che viene eseguito su un tampone fatto nel naso e nella gola del paziente. L’esame è chiamata PCR (polymerase chain reaction, reazione polimerasica a catena) e serve a dimostrare la presenza del genoma a RNA del virus nelle secrezioni raccolte con il tampone. Questa metodica è estremamente efficace e si basa sull’amplificazione delle molecole di DNA (il genoma a RNA del virus viene trasformato come prima cosa in DNA) che viene “raddoppiato” con reazioni enzimatiche.

Questo test è molto specifico: infatti è “costruito” in modo da “vedere” solo il genoma di SARS-CoV-2 e non di altri virus. Inoltre, tale è la “potenza” di questa amplificazione che anche la presenza di una sola molecola di RNA virale nel test può dare un risultato positivo. Questo è un vantaggio e uno svantaggio allo stesso tempo. Da un lato la metodica così sensibile – quando negativa – assicura in maniera molto affidabile sulla non infettività del soggetto in quel dato momento; ma dimostrando il test la presenza non del virus, ma del suo genoma, e ottenendosi un risultato positivo anche con poche molecole presenti, è molto probabile che alcuni dei positivi (non sappiamo quanti) non siano in realtà più infettivi. Però al momento è il meglio che abbiamo.

I test rapidi

Sono in arrivo però test “rapidi” che non dimostrano la presenza del genoma del virus, ma delle sue proteine. Questi test vengono detti “antigenici” perché sfruttano anticorpi specifici per le proteine del virus per la dimostrazione. Concettualmente funzionano in maniera identica ai test di gravidanza. Mentre i test di gravidanza dimostrano la presenza di una proteina che si trova nelle urine quando una donna aspetta un bambino (la gonadotropina corionica umana), i test per il virus dimostrano nel tampone la presenza di proteine del virus. In questo caso manca completamente il passaggio di “amplificazione genica”, per cui questi test sono in generale molto meno sensibili.

Se la PCR riesce a dimostrare la presenza di due molecole di RNA virale, questi test dimostrano la presenza di ventimila proteine virale, per darvi un’idea. Questo però potrebbe non essere un problema, perché se comunque in questo modo si riuscissero a identificare le persone più infettive, potendole immediatamente isolare, avremmo dato un colpo mortale alla diffusione del virus. Quello che dobbiamo sapere – e che ancora non sappiamo –, è che percentuale di persone infettive riescono a identificare questi test rapidi. Se la percentuale fosse alta saremmo a cavallo e avremmo una nuova arma potentissima per combattere la diffusione di questo virus maledetto.

Infezioni Epatite C
Infezioni Epatite C negli anni

Recentemente è stato reso pubblico un lavoro eseguito proprio per approfondire questi aspetti da un gruppo di bravissimi virologi tedeschi e i risultati sono stati molto confortanti. Hanno paragonato le prestazioni di diversi test antigenici rapidi e alcuni sono stati in grado di dimostrare con accuratezza la presenza di poche decine di virus in grado di infettare nel tampone proveniente da pazienti positivi. Anche in questo caso, la velocità della scienza lascia stupefatti. Pensate che l’AIDS è stato identificato come malattia nel 1981 e un test per diagnosticare in laboratorio l’infezione è arrivato più di tre anni dopo. Anche per l’epatite C c’è voluto molto tempo. Però quando nel 1990 un test efficace è risultato disponibile, la diffusione dell’infezione è crollata. Potrebbe succedere lo stesso per questo nuovo coronavirus.

Nel frattempo, teniamo duro, opponiamo una strenua resistenza alla diffusione di SARS-CoV-2: test rapidi, farmaci, vaccini. La scienza si sta muovendo a una velocità senza precedenti e tra poco questa infezione sarà solo un brutto ricordo. Nel frattempo, teniamola a bada con mascherine, mani pulite e distanziamento sociale.

Roberto Burioni, Fonte MedicalFacts