#RockInQuarantine, Desaparecido: la ‘resurrezione’ del rock italiano riparte dalla Firenze dei Litfiba

EDITORIALE – Qualcuno potrà definirmi nostalgico o abitudinario, ma anche in questa domenica di Pasqua più volte definita anomala, non posso esimermi dal non tornare al triennio d’oro della new wave italiana a cavallo tra il 1984 e il 1986.

Più volte ho fatto riferimento a “Siberia” dei Diaframma, uscito nell’anno 1984, e a “Affinità-Divergenze fra il compagno Togliatti e noi” dei CCCP (di cui vi ho già parlato), uscito nel 1986.

Nel 1985, si affaccia sulla scena italiana un gruppo proveniente dalla culla del Rinascimento, quella Firenze così pionieristica nella lingua e nei costumi italiani.

Dopo l’esordio del 1983 con Eneide di Kripton, i Litfiba pubblicano nel suddetto anno il loro primo album in studio dal titolo Desaparecido, e aprono ufficialmente la Trilogia del Potere.

Si apre la fase di un nuovo linguaggio musicale d’avanguardia, di matrice progressiva che segnerà negli anni 80 un nuovo modo di concepire il rock e la musica italiana nella sua totalità.

Se del nuovo rock italiano i Diaframma incarnano l’anima dark e poetica, mentre i CCCP l’anima punk e politica, i Litfiba ne incarnano l’anima sognatrice e vagamente mediterranea.

Uno dei meriti che va ascritto alla band di Pelù è infatti quello di rivisitare la matrice fortemente britannica delle linee strumentali con tocchi esotici: una preghiera islamica, una nacchera spagnola, una festa tzigana che si trasformano in pretesti sonori per sognare e viaggiare con la mente; i cinque musicisti sono come pirati della Malesia, mossi dalla fervida fantasia di un Emilio Salgari, che però non si è mai spostato dall’Italia.

I Litfiba condensano in otto canzoni il meglio della propria produzione, nuova o già ascoltata negli anni precedenti, e immediatamente critica e pubblico hanno la percezione dell’evento. I Litfiba, fortemente supportati dalla stampa specializzata, Mucchio Selvaggio in primis (al punto da apparire nelle stesse note di copertina di “Desaparecido”), si ergono a paladini di quello che venne prontamente ed enfaticamente definito “il nuovo rock italiano”.

La foto di retrocopertina presenta la formazione storica del gruppo, Piero Pelù (voce), Ringo de Palma (batteria), Gianni Maroccolo (basso), Ghigo Renzulli (chitarra) e Antonio Aiazzi (tastiere) sistemata su un cumulo di pietre. I musicisti sono bardati con cappotti e abiti scuri, gli sguardi truci secondo l’iconografia decadente cara alla “new wave”.

L’apertura del disco è folgorante. “Eroi nel vento” è uno dei pochi inni che può vantare il rock italico, pur ammiccando decisamente, nel riff di chitarra, allo stile di The Edge degli U2. Il ritmo serrato prosegue con “La Preda”, un direttissimo sostenuto dal basso incalzante di Maroccolo il cui suono, ottenuto col plettro, spicca sempre per l’incisività delle linee e per la pulita aggressività del suono.

“Istanbul”, sognante e visionario, è uno dei brani chiave del disco. Il recitato arabo richiama, in un ideale passaggio di testimone tra il vecchio e il nuovo, quello di “Luglio, agosto, settembre (nero)” da “Arbeit macht frei” degli Area.

I suoni sono equilibrati, le tastiere di Aiazzi tra arpeggi e tappeti creano il giusto clima evocativo su cui si libra la voce di Pelù. La domanda a posteriori è d’obbligo: quanti giovani hanno viaggiato alla metà degli anni 80 alla volta di Istanbul? Ed ecco qui la prova lampante del “Mediterraneo” che abbraccia simbolicamente e musicalmente lo “lo stretto della Manica”.

Se “Tziganata” e “Desaparecido” si caricano di contaminazioni tra lo zingaresco e il flamenco, “Pioggia di luce” è invece una gemma preziosa dove la qualità degli arrangiamenti richiama il clima di certa new wave raffinata.

La canzone si chiude con un elegante solo di chitarra dell’ospite Hanno Rinne che richiama alla memoria il solo di tastiere di Herbie Hancock guest star d’eccezione in “New Gold Dream” dei Simple Minds.

“Guerra”, canzone che accompagna i Litfiba fin dagli esordi e che a lungo rappresenterà il momento di massima intensità nei loro concerti, parte su un ritmo marziale che poi si dilata in un memorabile frammento carico di epicità: una ritmica quadrata, un tappeto sonoro da brivido su cui Pelù ci regala uno dei suoi momenti vocali più intensi.

La canzone, in un divenire continuo, degenera infine in un caos insostenibile, come in una guerra combattuta davvero con le linee degli strumenti che si rompono nella bolgia della battaglia.

E’ il risveglio del Rock, che forse a cavallo tra gli anni 70 e 80 era stato davvero un po’ troppo “Desaparecido”. Infatti nessuno dopo Pfm, Banco e Area era riuscito a rinnovarsi o sperimentare come i Litifiba, i Diaframma o i Cccp.

Ed ecco perché oggi, giorno di Pasqua, ho scelto questo album “resurrezione” del Rock Italiano.