#RockInQuarantine, El Topo Grand Hotel e il viaggio dei Timoria nel dopo Renga

EDITORIALE – Ci sono gruppi che nelle mie playlist, raccolte o collezioni, sono sempre stati in una sorta di terra di mezzo. Messi lì ad attendere di capire se potessero piacermi o meno o, meglio ancora, degni di un mio personale approfondimento di ascolto.

Non ho mai nascosto il mio interesse per i Timoria e per il loro sound così duttile e mutevole ai cambiamenti sociali e artistici dell’Italia di fine anni 90, poi resi ancora più evidenti e messi in mostra nel loro El Topo Grand Hotel del 2001.

E’ un disco che, come scritto sopra, è rimasto nel “limbo” dei miei scaffali e che, in questi giorni casalinghi, ho cercato di rispolverare e riascoltare, magari in maniera più matura e anche meno prevenuta.

Partiamo dal presupposto che El Topo Grand Hotel rappresenta in pieno la fase 2 dei Timoria, quella del dopo Renga il quale, mentre nel 2001 si classificava sesto nella classifica di Sanremo Giovani con la sua Raccontami, lasciava il gruppo bresciano nelle mani e vocalità di Omar Pedrini.

Pedrini è un sognatore, un viaggiatore. Meno romantico forse di Renga, ma non per questo meno sentimentale.

 Nelle canzoni di “El Topo Grand Hotel” si trova un po’ di tutto, dal funky (“Joe”) al metal (“Valentine”), dalle contaminazioni etniche (“Mork”) a quelle jazzy (“Vincent Gallo Blues” e “Ferlinghetti Blues”). E si ritrova anche Joe, il protagonista di “Viaggio senza vento”, che qui si rimette in cammino dopo le delusioni date dal tempo, dal mondo e dalle persone, per uno psichedelico viaggio spazio-temporale questa volta senza ritorno.

El Topo è un film di Jodorowski del 1971. Il disco è un omaggio a quel film (la storia di una talpa che, abbagliata dalla luce, è costretta a rifugiarsi di nuovo sottoterra), con l’aggiunta di Grand Hotel, proprio perché la storia contenuta nel disco si svolge in un albergo sotterraneo.

Una metafora pessimista, come il film, una storia visionaria, allucinogena che racchiude un cross-over di generi artistici che conducono il protagonista Joe al suo destino. Un viaggio nel tempo e nella crisi, superabile solo con la fuga, il disco è fuga nell’arte del povero Joe, è scappatoia magica da una brutta società e da un brutto momento storico.

Ed ecco la nuova fase dei Timoria viaggiatori nel tempo e nelle mutazioni di una società a volte fin troppo deludente sotto il punto di vista sentimentale, lavorativo e affettivo. Pedrini e soci fanno incontrare a Joe nel suo viaggio anche miti del passato, segno di come al protagonista serva un’evasione dal presente che lo riporti alla sicurezza di ciò che è stato più di ciò che sarà. 

E così appaiono Ugo Tognazzi (il portiere del Topo Grand Hotel), Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti, Vincent Gallo, i Velvet Underground, Chet Baker, lo sciamano Castaneda, i Doors e l’extraterrestre Mork (quello che su un uovo viene da Ork).

La nuova avventura va avanti per immagini e scene che si susseguono, e il disco e il suo viaggio trovano nel singolo trainante Sole Spento, la sua centralità melodica e tematica.

Il pezzo, ispirato da una lettera di un carcerato a Omar, ci convince subito del fatto che i Timoria sono qui per dare battaglia, poggiandosi sulla parte piu’ ruvida e sofferta della loro melodicita’.

Il viaggio è dunque pessimista, in una serie di brani che dovrebbero aiutare ad evadere dalla quotidianità, ma che in realtà non fanno altro che catapultare ancora di più al suo interno uno smarrito Joe, che in alcuni ambiti, sembra quasi volersi ispirare all’inquieto Pink, protagonista del The Wall dei Pink Floyd.

E’ un album maturo, ma allo stesso tempo un diario dello smarrimento dei Timoria in viaggio dentro se stessi e verso una loro nuova fase. Peccato che questo tragitto sia stato breve, visto che poi Pedrini e compagni, decideranno di prendere altre strade infrangendo così il sogno Timoria.