#RockInQuarantine, gli Area e il prog ‘sociale’ di ‘Arbeit Macht Frei’

EDITORIALE – Negli scorsi appuntamenti del #RockInQuarantine abbiamo attraversato l’onda prog degli anni 70 in Italia, alimentando il famoso “dualismo” tra Pfm e Banco Del Mutuo Soccorso.

Ma tra i due “litiganti” c’è un terzo che se non gode, almeno dice la sua in modo convinto e anche artisticamente valido. Torno al 1973, loro sono gli Area e questo è il racconto di “Arbeit Macht Frei”

Uscito nel 1973, ma composto prevalentemente alla fine del 1972, si distingue per una riuscita commistione di rock, free-jazz, pop, musica elettronica e d’avanguardia, che può per certi versi richiamare già affermate esperienze inglesi, come quella dei Soft Machine e dei gruppi della Scuola di Canterbury. Ma, al di là di questi imprescindibili riferimenti, la vera forza del gruppo sta in tre elementi: la presenza del messaggio politico, la miscela di elementi musicali internazionali con meno prevedibili sonorità mediterranee e italiane e, soprattutto, l’incredibile voce del cantante, Demetrio Stratos.

Se gli anni di piombo non furono un’epoca felice per l’Italia, di sicuro rappresentarono una fase di intenso fervore musicale. Il 1973, in particolare, fu un anno di cruciale importanza sulla scena internazionale: uscirono molti dischi connotati da un’idea forte, capaci di suscitare reazioni contrastanti – scalpore, sdegno, esaltazione, stupore – e che assursero comunque allo status di pietre miliari per le generazioni successive. Fu anche un anno importante per la temperie culturale, anno di rivendicazioni, manifestazioni e proteste. A quest’ondata d’innovazioni e cambiamenti non rimase immune neanche la nostra penisola.

Gli Area irrompono nel panorama musicale italiano con una formula peculiare e personale, che sarebbe divenuta oggetto di sterili imitazioni negli anni a venire. Il loro esordio è fulminante soprattutto per motivi musicali, oltre che per i più evidenti motivi politici. Basti pensare che la maggiorparte di chi possiede Arbeit Macht Frei ammette di averlo acquistato prevalentemente per il suo messaggio politico legato a una innovazione musicale del tutto originale.

Grazie alle varietà di esperienze che i componenti del gruppo portavano con sé (Djivas, Fariselli, Busnello e Capiozzo dal jazz, Demetrio Stratos dal beat, Tofani dal rock), l’album, a partire dal titolo (ispirato dal famigerato motto dei campi di sterminio nazisti) e dall’artwork, ad opera di Frankenstein, alias Gianni Sassi – autore anche degli ermetici testi – si intuisce subito di avere a che fare con un disco fuori dal comune: le statuine incatenate con la chiave in mano sono immagini di sicuro impatto, insieme ai testi allusivi ed ermetici, ma di chiara posizione filo-palestinese. A questo si aggiungerà l’idea di allegare come gesto provocatorio, all’uscita del disco, una minacciosa pistola di cartone.

Registrato in un cascinale della bassa padana, “Arbeit Macht Frei” si apre con quello che resterà il pezzo più famoso e forse anche più orecchiabile degli Area: “Luglio, Agosto, Settembre (Nero)”. Una voce recitante in arabo (frutto di una registrazione pirata in un museo del Cairo) costituisce il celebre incipit, cui segue Stratos che, accompagnato dall’organo, declama versi pesanti come macigni. Il pezzo racchiude un po’ tutti gli elementi tipici del sound del gruppo: melodie arabeggianti, improvvisazioni free-form, veloci cambi di tempo, progressioni armoniche e un testo duro e provocatorio.

Si prosegue con la title track, che emerge da una lunga intro ad opera della batteria di Giulio Capiozzo e che, tra sussurri e rumori vari, sfocia in una fuga di matrice jazz-rock; la successiva strofa è sospinta da un coinvolgente riff di basso e chitarra, in cui il sax di Busnello esegue degli assoli che si contorcono su se stessi sotto il canto di Stratos.

“Consapevolezza”, il terzo brano, sembra incamminarsi su sentieri di stampo progressive, per poi inabissarsi in un arpeggio orientaleggiante, impreziosito dalle sperimentazioni di Fariselli e terminando in un alternarsi piano-forte di sequenze jazzate, progressive e rock, in cui emerge anche un organo che richiama il Santana di “Caravanserai”. Il testo incita alla ribellione e allo scardinamento di ogni valore e istanza del “regime”.

Ne “Le Labbra Del Tempo”, uno degli episodi più riusciti del lotto, è una bellissima melodia vocale a condurre verso la parte centrale: una lunga improvvisazione di matrice jazz in cui ogni componente del gruppo sembra eseguire autonomamente il proprio assolo, senza per questo privare il pezzo di una sua fisionomia precisa; l’apice giunge alla fine della seconda parte cantata, e precisamente nel possente e imperioso “Io Ho!” pronunciato da Stratos. Da brividi.

“250 Chilometri da Smirne”, unico pezzo strumentale del disco, si presenta invece come una cavalcata free-jazz piuttosto convenzionale, nella quale gli strumenti si alternano nell’esecuzione degli assoli.

Il disco si chiude con “L’Abbattimento dello Zeppelin”, forse il pezzo più sperimentale e affascinante: oltre alle consuete fughe strumentali, il fulcro è costituito dalle ombrose atmosfere che accompagnano il canto nervoso e sincopato di Stratos, qui più che mai abile nell’interpretare onomatopeicamente il testo.

E’ la consacrazione di un genere unico e avanguardista, che ha creato una nuova frontiera all’interno della musica italiana, quella “radical music”, che porterà i critici a definirla così per la sua propensione a portare alle estreme conseguenze le linee di rottura del tessuto musicale e sociale.

L’avventura degli Area si concluderà tragicamente nel 1979, con la morte di Demetrio Stratos, forse la voce più potente, innovativa e avanguardistica che la storia musicale del nostro paese abbia mai avuto.

Demetrio Stratos