#TellMeRock , la ‘Siberia’ dei Diaframma, il ‘non luogo’ dove nacque la new wave italiana

Editoriale – Cosa hanno in comune la Cupola del Brunelleschi a Firenze e il Big Bang di Londra? C’è chi giura che nelle giornate di pioggia del 1984 fiorentino, attraverso la nebbia, il Ponte Vecchio prendesse le sembianze del Tower Bridge.

Tranquilli, non c’era assolutamente bisogno di essere sotto effetto di qualcosa per vedere ciò, bastava solo avere in cuffia il mitico Siberia dei Diaframma.

Sono trascorsi quattro anni dalla morte di Ian Curtis, anima umbratile e tragica dei Joy Division, ma il persistere dei suoi fantasmi riempie le giornate e i malesseri di molti artisti, affascinati da una lirica desolata e da suoni netti, essenziali, glaciali.

Quasi inconsciamente, in una sorta di imprinting ottimamente trasmessi, il gruppo fiorentino guidato dal chitarrista Federico Fiumani, riproduce, da grato discepolo, una simile ed “elettrica ombrosità”.

Ed ecco che i Diaframma aprono il triennio in cui il rock italiano rivede la sua alba trionfante e innovativa, con loro in primis, a prendere quelle atmosfere dark e new wave inglesi e a trasformarle e portarle in viaggio per la Siberia, aprendo le porte ai viaggi in Mongolia dei futuri C.S.I.  e verso il mediterraneo e Oriente dei “concittadini” Litfiba.

Siberia, brano che da il titolo all’album, trova un’armonia pazzesca nei giri di basso quasi dominanti di Leandro Cicchi e nell’intermezzo del sax di Francesco Bassi che da quel tocco di mistero e fascino a un pezzo travolgente quanto enigmatico, che porta dentro di sé l’ignoto di un mondo solitario e “freddo” che però porta ognuno di noi a riscoprire il sentiero della propria vita.

“Amsterdam” con special guest i Litfiba, in cui le chitarre si distorcono e il suono si riempie di note terrestri e strumenti bohèmien come la fisarmornica, mentre sullo sfondo appare l’interagire tra la voce di Sassolini e quella di Pelù, riprende quell’atmosfera visionaria in cui il monologo di Sassolini tocca picchi artistici dove la capitale olandese appare come un dipinto: (“…nella mia mente ogni cosa sopravvive in silenzio, sento l’attrito di grida esiliate dal mondo, come frammenti pulsanti di vita, voci alterate si sono dissolte…”), fino all’apoteosi del ritornello (“…dove il giorno ferito impazziva di luce…”).

Il basso è il marchio di fabbrica dei Diaframma come suddetto, e trova la sua potenza e carisma in Delorenzo, mentre l’album, che, nella ristampa del 2001, ospita pregnanti versioni live di “Neogrigio”, “Impronte”, “Siberia” ed “Elena”, nell’edizione originale si chiude con “Ultimo Boulevard”, sorta di corto in bianco e nero, incentrato sull’ennesima e tesa introspezione scavata dall’ indifferenza.

Come fotogrammi sfocati di una pellicola volutamente bruciata, “Elena” è la canzone d’amore e falso oblio dell’album, con un giro di chitarra melodioso e intenso, e un lirismo tipicamente new wave (“…e il tuo volto ha il colore di un’estate fantasma, che hai lasciato senza fretta cadere come un vestito, in un giorno qualunque…”).

E’un album fondamentale per il panorama rock italiano e non solo, dove malinconie e inquietudini dark-wave, fanno da scenario a un viaggio interiore verso un non luogo identificato in una Siberia fredda e introspettiva.

Ai Diaframma il merito di essere stata una band seminale per il panorama rock italiano, senza di essa oggi non ascolteremmo i Baustelle o Le Centrali della Luce Elettrica solo per citarne alcune.  Il punk non è morto, ma vive nella new wave e anche l’Italia da la migliore parte artistica di sé in questo nuovo mondo, nel quale le influenze appaiono relative e i Talking Heads negli Usa non sembrano troppi lontani, ma è oltre Manica che ci sono una Londra e una Manchester che abbracciano una Firenze enigmatica, affascinante e misteriosa.