#RockInQuarantine, ‘Ten’ e la Seattle dei Pearl Jam

EDITORIALE – In attesa di poter ascoltare il nuovo ‘Gigaton’ in uscita venerdì, la mia mente ritorna all’album “monumento” dei Pearl Jam. Il mio #RockInQuarantine di oggi vi porta a Seattle, a reinventare e riscoprire il “grunge”

Quasi 29 anni fa, in una Seattle che si faceva conoscere al mondo per la sua sperimentazione e la sua musica “da strada”, esordiva un gruppo che da lì al prossimo ventennio, avrebbe cambiato la storia non solo del “grunge” ma anche dell’intero panorama rock mondiale.

Il 27 agosto del 1991 i Pearl Jam pubblicavano il loro album di esordio dal titolo “Ten” (un omaggio al cestista NBA Mookie Blaylock, ai tempi numero 10 dei New Jersey Nets),e mettono in parole e suoni i sogni infranti di una Seattle dai toni duri ma allo stesso tempo innovativi e anche un po’ nostalgici. La prima cosa che appare evidente nell’ascolto di Ten, è il fatto che non  ci sono i richiami tradizionali del grunge dei Nirvana, degli Alice In Chains,  dei Soundgarden, dei Mudhoney, o degli Screaming Trees, ma addirittura un ritorno a quell’hard rock anni 70 che rende l’album unico nel suo genere, con dei riff di chitarra che rendono ogni pezzo melodico e rock, pur mantenendo l’anima ribelle del grunge.

I Pearl Jam sorgono dalle ceneri dei Green River e dei Mother Love Bone: in entrambi i gruppi militavano il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament. Fondamentale è l’incontro nel ’90 con Eddie Vedder, surfista californiano, che diventerà il carismatico vocalist della band (che nel frattempo conta tra i propri membri anche un altro chitarrista, Mike McReady; alla batteria, invece, si daranno il cambio diversi talenti, anche se durante le registrazioni di “Ten” sarà Dave Krusen a sedersi ai tamburi). In Ten viene fuori già l’attenzione sociale del Pearl Jam su temi di stretta attualità, tematiche che poi Vedder riprenderà e porterà avanti coerentemente anche nei suoi futuri lavori da solista.

Ad esempio “Jeremy”, singolo che ha dato fama internazionale al gruppo, grazie anche al bel videoclip di Mark Pellington, è una ballata dolente ispirata a un vero fatto di cronaca: un adolescente americano che, armato di pistola, aveva fatto strage dei suoi compagni di classe, per poi togliersi la vita. “Porch” e “Deep” (su una ragazza che ha subito violenza sessuale) sono i brani che si staccano più dal tipico suono del gruppo: se la prima si avvicina al punk, anche se poi nel ritornello torna a essere melodica ed epica in stile Pearl Jam, la seconda invece tenta un’incursione nel territorio metal, più consono, forse, agli Alice In Chains. “Why Go”, graffiante blues, tra le cose migliori del gruppo, racconta di una ragazza rinchiusa in una clinica dai genitori perché scoperta mentre fumava uno spinello. “Once”, feroce incipit dell’album, è il flusso di coscienza di un serial killer; “Even Flow” è un trascinante rock, che si concede una parentesi psichedelica nella parte centrale, dove Vedder si fa cantore delle dure condizioni di vita di un senzatetto. 

“Black” è una splendida ballata, la storia di un amore finito, “sfumato in nero”, che si lascia andare a un lungo, psichedelico finale, in cui emerge anche un pianoforte. “Oceans”, contraddistinta da fragorose chitarre acustiche e da un ritmo animalesco, ricorda molto gli Zeppelin del terzo album, anche se nella parte finale Vedder si concede un falsetto nello stile di Bono. Molto psichedelica anche “Garden”, ricca di riferimenti religiosi, ma comunque distante dalle vette del disco (e c’è da dire che, in definitiva, tutta la seconda parte di “Ten” non è ai livelli delle prime sei, straordinarie, canzoni), mentre “Release”, un lento brano d’atmosfera, quasi mistico, che si trasforma poi in un’epica cavalcata alla U2, conclude alla grande il disco, con una struggente preghiera di Vedder al padre scomparso.

“Alive” è il primo brano scritto da Vedder e ha una valenza autobiografica atta a compiere una vera trilogia all’interno dell’album: Alive descrive la storia di un giovane che scopre che l’uomo che credeva essere suo padre in realtà è il suo patrigno (questa è la parte autobiografica della canzone).

Da qui scaturisce una relazione incestuosa con la madre. Il brano si collega alle altre canzoni della trilogia: in “Once” l’uomo impazzisce e diventa il serial killer sopra citato e in “Footsteps” il protagonista è in una cella di prigione in attesa della sua esecuzione. “Ten” è uno degli album più amati e importanti dell’intera scena grunge, e ha aperto le porte del circuito mainstream a decine di altri gruppi, un piccolo capolavoro di cui però, paradossalmente i Pearl Jam non sono mai rimasti pienamente soddisfatti. A 28 anni da un manifesto dell’opera rock e punk mondiale, c’è ancora un’attualità cantata e suonata dal gruppo di Seattle, elegantemente e prepotentemente portata avanti con coraggio e coerenza.

Tracce

Testi di Eddie Vedder.

  1. Once – 3:51 (musica: Stone Gossard)
  2. Even Flow – 4:53 (musica: Stone Gossard)
  3. Alive – 5:40 (musica: Stone Gossard)
  4. Why Go – 3:19 (musica: Jeff Ament)
  5. Black – 5:44 (musica: Stone Gossard)
  6. Jeremy – 5:18 (musica: Jeff Ament)
  7. Oceans – 2:41 (musica: Stone Gossard, Jeff Ament, Eddie Vedder)
  8. Porch – 3:30 (musica: Eddie Vedder)
  9. Garden – 4:59 (musica: Stone Gossard, Jeff Ament)
  10. Deep – 4:18 (musica: Stone Gossard, Jeff Ament)
  11. Release – 9:05 (musica: Stone Gossard, Jeff Ament, Mike McCready, Dave Krusen, Eddie Vedder) – contiene la traccia fantasma Master/Slave