#RockInQuarantine: Volume I, quando Faber fece incontrare la poesia e la musica

EDITORIALE – Fine anni 60, l’italia è alle prese coi moti studenteschi e con il sopravvento artistico e musicale del “british rock”, che portò poi alla stagione dei grandi festival rock.

Ma questi nuovi fermenti, alimentarono anche la creatività della canzone d’autore italiana, con un cantautore genovese che, in particolare, portò in musica storie, leggende e narrazioni in chiave poetica ed aulica.

Era il 1967, siamo a Genova e Fabrizio De Andrè pubblica il suo Volume I

 Il 27 gennaio del suddetto anno Luigi Tenco si suicida. La notte stessa, il giovane Faber butta giù quei versi che andranno a comporre “Preghiera in gennaio”, la prima canzone del disco: non ci poteva essere incipit più forte.

La prima prova di De André alle prese con un LP, dopo aver reciso il contratto con la precedente casa discografica Karim, che aveva pubblicato i suoi primi singoli, comincia così, con una toccante preghiera a Dio: sicuramente nella sua misericordia avrà accolto più benevolmente un uomo come Tenco che altre migliaia di ridicoli santoni, a dispetto di tutta la Chiesa e i benpensanti borghesi, perché ‘non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio’.

Questa apertura la dice lunga su ciò che è e sarà De Andrè anche nelle sue opere future: un libero pensatore religioso a modo suo, un uomo che sa trattare di argomenti scottanti per l’epoca, ma anche di amore ed altre frivolezze.

Ma Volume I è anche l’album di uno dei primi grandi successi di De Andrè, dal titolo Bocca di Rosa. Il brano è diventato così famoso da entrare nell’immaginario collettivo come sinonimo di prostituta , definizione che Faber ha sempre contestato perché , come dice la canzone, “c’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, lei lo faceva per passione”.

La storia è dunque quella di una ragazza piuttosto “libertina”, che scombussola la tranquillità del paesino di Sant’Ilario fino a provocare la reazione delle mogli, che riescono a farla espellere. Ma la notizia corre di bocca in bocca e, quando arriva al nuovo luogo di destinazione, Bocca di Rosa è accolta da tutti come un’eroina.

Ci sono alcune curiosità legate a questo brano che De Andrè scrisse sull’onda di un altro pezzo di George Brassens del 1952, Brave Margot. Le più strane riguardano una doppia variante da una prima a una seconda versione, entrambe del 1967.

La prima è tutto sommato banale: il paese di San Vicario diventa Sant’Ilario; la seconda è figlia di un intervento dell’Arma dei Carabinieri. La strofa che in origine recitava “Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri/ ma quella volta a prendere il treno l’accompagnarono malvolentieri”, fu modificata in “Spesso gli sbirri e i carabinieri/ al loro dovere vengono meno/ ma non quando sono in alta uniforme e l’accompagnarono al primo treno”.

Come a dire che la benemerita non poteva contemplare un occhio di riguardo per una prostituta, anzi, pardon, per una libertina. Bocca di Rosa è anche la protagonista del romanzo Un destino ridicolo, scritto da Fabrizio De Andrè con Giuseppe Gennari e pubblicato nel 1996, da cui poi, dodici anni dopo, Daniele Costantini avrebbe tratto il controverso film Amore che vieni amore che vai.

L’amore che ritorna anche in altri due brani dell’album, “Barbara” e “La stagione del tuo amore” (quest’ultima sostituì “Caro amore” che utilizzava la melodia del Concerto di Aranjuez di Joaquìn Rodrigo, e per questo il compositore si adirò alquanto), anch’esse cantate con la solita voce calda e baritonale, che ha il potere di rassicurarti e contemporaneamente metterti a disagio, con quel modo di cantare tranquillo in antitesi alle forti parole pronunciate.

C’è un ulteriore tema che De André amplierà successivamente: la religione. “Spiritual” è un singolare canto gospel con tanto di organo e coro che fa da contrappunto al cantato veloce di De André, in cui dice che Dio deve venire a cercare lui, e non il contrario.

Ma alla posizione numero quattro c’è un altro lavoro magistrale: “Si chiamava Gesù”, aperta da potenti accordi di chitarra acustica (la maggior parte delle canzoni dell’album sono registrate con voce e chitarra, con minima aggiunta di altri strumenti), seguiti dalla voce piena di pathos che racconta di Gesù da un punto di vista assolutamente umano: prima di essere un grande santo Gesù era un grande uomo, e come tale bisogna considerarlo. E’ curioso che la Rai censurò la canzone, e la prima emittente a trasmetterla fu incredibilmente Radio Vaticano, ma a quanto pare alla Santa Sede erano più svegli di mente…

Epica e ricca di significato, tornando al presunto tema della prostituzione è l’immortale Via Del Campo, brano che narra di una strada, tra i carruggi della città natale dell’autore, dove amori mercenari e illeciti commerci portano a una raffinata poesia che avrebbe ispirato molti dei suoi capolavori: Princesa, Crêuza de mä,  e la stessa Bocca di Rosa…

Nella canzone ci sono delle istantanee su alcuni personaggi: «una graziosa che vende a tutti la stessa rosa» sull’uscio del bordello, «una bambina» che rappresenta la speranza in mezzo al degrado ed un illuso che viene da altri ambienti, tuttavia crede di potersi maritare con quella «puttana», per impadronirsi di quel «paradiso che era solo lì al primo piano», ma lei non cambierà mai la sua vita.

La musica è tratta da una canzone di Dario Fo e Enzo Jannacci, La mia morosa la va a la fonte, che, pur avendone scritta la musica in prima persona, i due autori ne inventarono un’origine cinquecentesca.

De André utilizzò la musica, riportando gli autori della ricerca (fittizia) sulle note dell’album. Ne risultò, alla SIAE, Jannacci come l’autore della musica, mentre De André del testo.

Ma la mia preferita di questo monumentale Volume I è “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”, opera scritta con un altro genovese doc, Paolo Villaggio il quale, oltre Fantozzi e Fracchia, qui dimostra le sue abili vocazioni da scrittore e narratore (basti pensare che anche l’epico ragioniere nacque prima come fumetto e poi come film).

Il brano suscitò non poche polemiche e narra di questo celebre re che soddisfa la sua sete sessuale con una povera ragazza del popolo, e lei se ne approfitta chiedendogli compenso, ma lui fugge senza pagarla. Le “epiche” gesta vengono celebrate con tanto di tromba, trombone, voce aulica e paroloni arcaici, quasi a sottolineare la grottesca situazione. Fu addirittura intentato un processo a Faber per pornografia, ma alla fine fu assolto.

E’album con cui De Andrè si pose di fronte ai temi del proprio tempo, con sagacia, ironia e classe, ma sempre e coerentemente “In direzione ostinata e contraria”.