Rotary International: pace, prevenzione e risoluzione dei conflitti (PARTE SECONDA)

Nel calendario rotariano il mese di febbraio è dedicato alla pace, alla prevenzione e alla risoluzione dei conflitti. (Se puoi rivedere e/o approfondire la PRIMA PARTE: clicca qui)

EDITORIALE – Nel mese rotariano della pace e della comprensione internazionale è importante porsi un interrogativo: da dove parte la tensione cosmopolita che permea la filosofia e l’azione del Rotary International a partire dal suo fondatore, Paul Harris?

Concentrandoci sulla storia intellettuale europea possiamo distinguere almeno tre momenti storici del cosmopolitismo: il cosmopolitismo antico (lo stoicismo), lo ius cosmopoliticum illuministico e kantiano; i crimini contro l’umanità e il diritto come strumento di pacificazione dei conflitti (Hanna Harendt e Hans Kelsen).

Lo stoicismo rappresenta, con la coppia di concetti cosmos e polis, un dualismo inclusivo in cui un’idea consolida l’altra: la polis cosmica (i diritti umani) concretizza il principio superiore innanzi al quale gli aspetti particolari della comunità devono integrarsi per essere vissuti individualmente e collettivamente.

Nello scritto kantiano del 1784 “Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, il filosofo di Königsberg prende il via dal concetto della “insocievole socievolezza” insita negli uomini e lo rappresenta come il filo conduttore, un disegno che, pur tra tensioni continue prima tra i singoli uomini poi tra gli Stati, porta inevitabilmente alla realizzazione di una perfetta società politicamente organizzata.

La realizzazione di questo fine non è solo morale; è strettamente dipendente dalla regolamentazione giuridica dei rapporti esterni fra i vari Stati. L’egoismo che si manifesta nella condotta dei singoli uomini è, infatti, presente anche nei rapporti fra le nazioni. Ogni Stato tende a prevaricare, per cui l’astuzia della natura consiste nel servirsi della discordia fra i corpi politici “come di un mezzo per trarre dal loro inevitabile antagonismo una condizione di pace e di sicurezza”.

Pertanto, con il saggio “Per la pace perpetua” (1795), l’opera più importante del pensiero politico di Kant, il filosofo parte dal diritto civile e dal diritto internazionale e fonda accanto ad essi e tra di essi uno ius cosmopoliticum.

Perciò, conclude Kant, anche se i meccanismi messi in atto dalla natura non ci garantiscono l’avvento della pace perpetua, il loro meccanismo di funzionamento ci consiglia a collaborare attivamente a tale scopo.

In questo mondo retto da un diritto cosmopolitico dovrà essere riconosciuto a ciascuno il diritto di visita, ossia il diritto a recarsi in uno Stato straniero e a restarvi fin quando non danneggia nessuno. Un diritto che risiede sull’originaria proprietà comune della terra da parte di tutti gli uomini e sul fatto che la terra non è infinita e gli uomini non possono disperdersi completamente, ma devono in un modo o nell’altro essere compresenti.

Affermazioni che secoli fa potevano interessare pochi uomini che viaggiavano da una parte all’altra del globo, ma che nell’epoca delle migrazioni forzate e dei profughi di guerra assumono un nuovo valore.

A completare il sistema kantiano interviene Hans Kelsen con l’opera “Il problema della sovranità e la teoria del diritto internazionale” scritto durante la prima guerra mondiale e pubblicato nel 1920.

Il giurista austriaco Kelsen afferma: “solo temporaneamente e nient’affatto per sempre l’umanità contemporanea si divide in Stati, che si sono formati del resto in maniera più o meno arbitraria. La sua unità giuridica e cioè la civitas maxima come organizzazione del mondo: questo è il nocciolo politico del primato del diritto internazionale, che è al tempo stesso l’idea fondamentale di quel pacifismo che nell’ambito della politica internazionale costituisce l’immagine rovesciata dell’imperialismo.”.

Kelsen, tuttavia dopo il fallimento della Società delle Nazioni ed in piena Seconda Guerra Mondiale, con il suo saggio più politico “La pace attraverso il diritto” del 1944 promuove un percorso più pragmatico alla comunità internazionale. Un cammino che deve essere realista, e dunque plausibile per gli Stati. Kelsen non respinge l’idea di creazione di una federazione mondiale (la civitas maxima), ma lo ritiene un progetto troppo grandioso nell’immediato per diversi motivi, legati fondamentalmente all’organizzazione di un sistema democratico mondiale.

Kelsen immagina, quindi, la possibilità di sottomettere gli Stati non ad un’altra organizzazione statalista ma ad un sistema giuridico. La necessità di limitare la sovranità è individuata chiaramente da Kelsen. Questa limitazione può nascere solo dalla fondazione di un ordine giuridico internazionale che assoggetti la decisione degli Stati a delle regole accettate a priori. Si ripresenta, dunque, la teoria del contratto sociale, che Kelsen aveva escluso come ipotesi storica di formazione degli Stati nazionali, ma che sostiene come criterio per la nascita di un ordine internazionale fondato sul diritto.

Il riconoscimento di un diritto internazionale consente in effetti il mutamento di conflitti politici, sociali o economici internazionali in conflitti legali, regolati dal diritto. In tal modo, anche senza Stato internazionale, il diritto è strumento di pacificazione perché offre un mezzo di risoluzione che non sia fondato esclusivamente sulla forza. In realtà, questa virtù pacificatoria del diritto attraverso l’organizzazione della forza è al centro della sua natura. Il diritto esiste per regolare i conflitti e non esclude l’esistenza della forza.

Bisogna, dunque, limitare la sovranità degli Stati. Per questo, Kelsen propone un sistema di Corte internazionale per definire ogni conflitto internazionale tra Stati. Questa corte dovrebbe avere una giurisdizione vincolante.

La Corte internazionale può agire anche senza Stato internazionale. Il principio dell’uguaglianza di tutti gli Stati dev’essere affermato. Quest’uguaglianza è un’uguaglianza in senso giuridico, ovviamente non reale. Kelsen non ignora il fatto che gli Stati sono diversi in potenza, forza ed influenza. Egli riconferma soltanto la circostanza che in senso giuridico gli Stati sono uguali se vengono trattati ugualmente da un’autorità indipendente, come può essere una Corte di giustizia.

Più di recente, il Generale americano, 34º Presidente degli Stati Uniti d’America dal 1953 al 1961 e Rotariano, Dwight D. Eisenhower, ha definito il Rotary International “il più grande esercito di pace esistente al mondo”.

Torniamo, allora, al 2021 per tirare le somme del discorso.

Il Presidente Internazionale, per questo mese di febbraio 2021, ci presenta due storie esemplari che, secondo me, vale la pena leggere: “…due tra i numerosi volontari sono Nino Lotishvili e Matthew Johnsen, alumni del Centro della pace del Rotary presso l’università Chulalongkorn a Bangkok, Thailandia.

<<Durante il mio viaggio come Borsista della pace del Rotary, ho imparato in che modo la resilienza personale contribuisca a dare sostenibilità alla pace interiore e a quella esteriore. Questa è stata la scintilla ispiratrice del progetto Women Peace Ambassadors nel Caucaso meridionale, basato sulle mie ricerche sul campo in Georgia. La squadra di Rotariani e borsisti della pace del RPPI ha riconosciuto l’incredibile potenziale delle donne di etnia mista che vivono nelle aree di confine come modelli da seguire per raggiungere la pace all’interno e al di fuori delle loro comunità. Quaranta partecipanti racconteranno le loro storie in una serie di workshop sullo sviluppo della pace interiore ed esteriore, che raggiungerà circa 400 persone tra famiglie allargate e membri della comunità. Queste donne ai margini della società ma di grande ispirazione ritroveranno la loro forza interiore come edificatrici della pace a livello base. In questo modo, compiremo passi in avanti verso la società pacifica e sostenibile che tanto desideriamo non solo nella nostra regione, ma in tutto il mondo>> Nino Lotishvili.

<<Ero entusiasta di entrare a far parte del RPPI, di lavorare a fianco di borsisti della pace attuali e past per sviluppare queste proposte e di rafforzare ulteriormente i miei legami con la comunità di pace del Rotary. La mia squadra ha redatto cinque proposte (tre in Bangladesh, una in Iraq e una in Polonia) concentrate sull’arte e l’istruzione come mezzi per creare un dialogo tra le diverse religioni e contrastare la radicalizzazione dei giovani. Ho tratto ispirazione dal modo in cui, nonostante la pandemia e grazie alla tecnologia, abbiamo elaborato una visione volta a sviluppare, testare e rafforzare le nostre idee e a produrre soluzioni praticabili a sostegno della pace che i club di tutto il mondo possono supportare. Mi emoziona poter collaborare con la comunità di pace del Rotary per trasformare questa visione in realtà>> Matthew Johnsen”.

“Questa è un’ulteriore prova del fatto che noi del Rotary preferiamo l’azione alle parole. È l’espressione del lato migliore del Rotary.” conclude Holger Knaack.