Sant’Antuono de lu purcelle: piccole note sul santo del giorno


(La regina del fado portoghese, Amalia Rodrigues, interpreta un celebre motivo popolare dedicato al santo)

EDITORIALE – Il 17 gennaio, secondo il calendario gregoriano, si celebra la figura di un santo tra i più popolari ma, forse, tra quelli probabilmente meno conosciuti: Sant’Antonio Abate. Un paradosso, se si considera la preminenza di questa figura nella cultura del folclore. Perché l’Antonio dalla barba lunga, dalle sembianze monacali, ha dovuto confrontarsi nei secoli col suo più celebre omonimo, anch’egli popolarissimo nella devozione mediterranea: il santo venuto da Lisbona e morto a Padova. Un’omonimia puramente nominale, in quanto l’iconografia sacra ce li restituisce in tutta la loro diversità, giovane e imberbe il patavino, il quale regge in braccio un bimbo e non il fuoco ardente, che invece sfavilla nel palmo della mano dell’anacoreta dallo sguardo assorto mentre ai suoi piedi giace un porcellino.

Su di esso si addensano tanto versioni agiografiche ufficiali quanto leggende popolari. Le prime ce lo restituiscono quale asceta vissuto tra terzo e quarto secolo in Egitto, morto quasi centenario, che si abbandonò alla vita eremitica nel deserto, dove l’abate assecondò tale vocazione penitenziale sfidando le innumerevoli tentazioni poste sul suo cammino dal demonio, il diavolo che ripetutamente faceva capolino nella sua grotta per tormentarlo (è noto, anche all’arte rinascimentale – si pensi al Sant’Antonio abate picchiato dai diavoli del Sassetta– che i demoni si divertivano a bastonarlo).

Hieronymus Bosch, Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio, particolare, 1501 ca., Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga)

Però, ad ascoltare la voce del popolo tutto diventa più romanzato, e quindi più avvincente: Antonio Abate sarebbe stato porcaro prima di diventare santo, e fu insieme al suo maiale che si presentò alle porte dell’Inferno per chiedere il fuoco utile a riscaldare gli uomini, fuoco che poi ruberà, diventando una sorta di interprete cristiano del mito di Prometeo.

Il santo e il maiale: un legame che può apparire sacrilego, ma che ha un valore simbolico enorme per la cultura contadina. Non a caso, Antonio Abate è detto prosaicamente il santo de lu purcelle: e di questo animale fondamentale per le generazioni che ci hanno preceduto, al pari di tutti quelli che contribuivano all’economia della terra, diventa anche protettore. L’immaginazione popolare ne dilata pian piano la funzione: Sant’Antonio Abate diventa così patrono di tutti gli animali, tanto è vero che oggi, nelle rituali pubbliche benedizioni del 17 gennaio, non campeggiano solamente maiali, buoi e asini, ma anche animali di compagnia come cani e gatti, condotti all’acqua santa da padroncine borghesi, acchittate di tutto punto. Ma il maiale non può essere scalzato nel legame esclusivo con l’eremita: era infatti ferma convinzione del volgo che il lardo suino, disciolto e spalmato sulla pelle, curasse un malanno della cute molto diffuso, e conosciuto proprio come “fuoco di Sant’Antonio” (herpes zoster).

In un paese di civiltà contadina come l’Italia, la devozione a Sant’Antonio Abate è molto diffusa e sentita, soprattutto nell’area centro-meridionale. A metà gennaio, la mappa della religiosità popolare si illumina della luce dei falò, di quel sacro fuoco che omaggia e purifica, dei “focarazzi” allestiti nelle piazze dei paesi in cui vengono benedetti gli animali.

(Il cantante Marcello Colasurdo nell’interpretazione della tradizione canora popolare, in Campania)

Anche in Basilicata è lungo l’elenco dei comuni in cui si celebra la festività del santo del deserto: in queste comunità vengono organizzate manifestazioni a carattere religioso e culturale che ben si integrano nell’offerta turistica regionale, e per le quali elemento comune è il grande fuoco che illumina le piazze. È dunque possibile seguirne la ritualità ad Accettura, Albano di Lucania, Anzi, Brindisi di Montagna, Calvello, Colobraro, Ferrandina, Garaguso, Genzano di Lucania, Grassano, Grottole, Laurenzana, Matera, Miglionico, Montemurro, Pescopagano, Pietragalla, Pignola, Rionero in V., Rotondella, Sarconi, Tolve, Tricarico, Trivigno, Vaglio di Basilicata, Villa d’Agri (fonte: Angelo Lucano Larotonda, Feste Lucane. Genealogia di un’identità, Edigrafema, 2014).

A San Mauro Forte, invece, le giornate di Sant’Antonio Abate coincidono con l’inizio delle celebrazioni carnevalesche, e vedono fede, credenza e superstizione amalgamarsi in un singolare rito propiziatorio, quello dei campanacci, portati in strada a simboleggiare il sesso maschile  (quelli più lunghi) e quello femminile (quelli più larghi), e fatti risuonare rumorosamente da squadre di portatori che percorrono le vie del paese, nella rappresentazione di un cerimoniale in cui si invoca la protezione dalla malattia e l’abbondanza delle messi.   

Buon inizio di Carnevale a tutte e tutti.

(I campanacci di San Mauro Forte)