Scienza e Covid: una questione di democrazia

EDITORIALE – Ormai da giorni si paventa da più parti un nuovo lockdown.
Ma abbiamo raccolto dati scientifici a sufficienza affinché la politica possa deliberare con il giusto grado di consapevolezza?


E noi cittadini abbiamo o no il diritto ad essere informati in maniera quanto più possibili oggettiva?
Sin dalla Fase 2, durante il Consiglio generale di venerdì 24 aprile 2020, l’Associazione Luca Coscioni aveva enucleato alcune proposte da portare avanti nel post lockdown: dall’accesso ai Dati e al codice dell’App “Immuni” sino alla democrazia via web e gli investimenti nella Ricerca.
Filomena Gallo e Marco Cappato, Segretario e Tesoriere dell’Associazione già allora ribadivano: “Non dobbiamo entrare nella Fase 2 ad occhi chiusi. Oltre ai tamponi a campione occorrono la riattivazione della democrazia e l’accesso ai dati.”.


“Il Presidente del Consiglio Conte ha scandito tempi e modalità della riapertura con comprensibile prudenza e concentrandosi sulle regole che riguardano i cittadini e le attività produttive. Da qui al 4 maggio è però fondamentale che si forniscano anche informazioni sugli impegni che lo Stato si prende innanzitutto per quanto riguarda il bene più prezioso: la conoscenza.

Sarebbe da irresponsabili affrontare la ‘fase 2’ senza fare ogni sforzo per conoscere una stima reale del numero dei contagiati in Italia. Per questo è assurdo e inaccettabile il perdurante rifiuto da parte del Governo di accogliere la proposta – avanzata ormai un mese fa dagli ex Presidenti ISTAT Zuliani e Alleva rilanciata da Luca Ricolfi – di procedere all’individuazione di un campione rappresentativo della popolazione italiana sul quale fare il tampone” dichiarava Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, realtà di riferimento in campo internazionale nella tutela del diritto alla scienza e alla salute.


Facciamo ancora un passo indietro.


Già nel mese di marzo 2020, due ex Presidenti dell’Istat, Giorgio Alleva e Alberto Zuliani, insieme ai colleghi Giuseppe Arbia, Piero Falorsi e Guido Pellegrini, avevano inviato al Governo una proposta, senza ricevere una risposta, riguardante la possibilità di testare con il tampone un campione statistico, che comprendesse sintomatici e asintomatici. La tesi dei promotori della proposta, in buona sostanza, era, ed è, molto chiara: l’Italia non ha investito in un sistema di raccolta di dati che consenta un monitoraggio accurato su probabilità di contagio, dimensioni delle componenti sintomatiche e asintomatiche, collegamento con i rischi successivi, ricoveri e terapie sub-intensive e intensive, letalità. L’assenza di un quadro affidabile e condiviso favorisce una comunicazione non univoca.


In sintesi, la proposta prevedeva due campioni.
Il primo è relativo alla popolazione A, persone il cui stato di infezione sia stato accertato (che possono essere ricoverati o in quarantena coatta) e quelle che con loro hanno avuto contatti risalenti fino a 14 giorni prima (quindi, dimensione emersa del fenomeno e dimensione sommersa collegata). Per la stima statistica del numero di persone contagiate (riferita alla popolazione A) in un dato dominio territoriale (territorio nazionale/specifica area geografica come, ad esempio, una regione) e temporale (settimana/giorno) è necessario coinvolgere nell’indagine circa mille persone tra i contatti delle persone conclamate sulle quali effettuare i tamponi.


Il secondo gruppo è relativo alla popolazione B, persone non entrate in contatto con quelle del gruppo A, quindi sane, ma in fase di incubazione (i cosiddetti silenti) per le quali i sintomi si manifesteranno successivamente, nell’arco di massimo 14 giorni. Per la stima del numero di contagiati al di fuori dei contatti delle persone conclamate (riferita alla popolazione B) deve essere selezionato un panel di circa mille individui che dovranno essere seguiti a opportune cadenze temporali.


“Questa dimensione campionaria– concludono gli scienziati insieme all’Associazione Luca Coscioni- assicurerebbe una stima con un errore relativo di campionamento inferiore al 5 per cento qualora la proporzione dei contagiati nel campione fosse intorno al 20 per cento. Supponendo circa 25 contatti per ogni conclamato, le persone alle quali somministrare i mille tamponi (o altri esami) potrebbero essere individuate selezionando circa 200 persone conclamate da cui si ricostruirebbero 5 mila contatti fra i quali campionare una quota di circa il 20 per cento”.


Insomma, sulla scorta di quanto indicato dagli esperti di statistica, per prevedere il progresso futuro dell’epidemia e suggerire interventi di politica sanitaria efficaci è necessario disporre di stime eseguite con metodologie corrette e con accuratezza. È, quindi, indispensabile progettare e realizzare un protocollo di osservazione a campione riferito all’intera popolazione italiana, che permetta confronti significativi nel tempo e tra aree geografiche, tenendo conto dei differenti contesti economici, demografici, sociali, ambientali e culturali. Sul campione dovrebbe essere effettuato il tampone (o eventualmente altri esami diagnostici, come analisi del sangue o del Dna), ripetendolo a opportune scadenze temporali.


Ritorniamo al mese di ottobre 2020 e alla stretta attualità.
Finalmente, la proposta è diventata un’interrogazione parlamentare, appena presentata dal deputato Gennaro Migliore, anche lui iscritto all’Associazione Luca Coscioni.


Può il Ministro Roberto Speranza spiegare come valuta la proposta dei due ex Presidenti dell’ISTAT, se la considera valida, ed in tal caso quando ritiene di potere dare seguito concreto, oppure se non la considera valida, in tal caso spiegando per quale motivo?